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Tradizione, rivoluzioni, progresso

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© Copyright 2012 ABC Tipografia s.r.l.

ISBN 978-88-902492-3-5

Redazione - Impaginazione CentroImmagine - Lucca

Edizioni del Poligrafico Fiorentino - ABC Tipografia s.r.l. Via E. Majorana 38/40 - Sesto Fiorentino (Firenze)

Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere tradotta, riprodotta o trasmessa con qualsiasi mezzo senza espressa autorizzazione dell’Editore e dell’Autore.

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Tradizione, rivoluzioni, progresso

Studi in onore di Paolo Pastori

a cura di

Sandro Ciurlia

Tomo II

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Giorgio J. Mastrobisi*

‘Relatività’ fenomenologica nella

‘Krisis’ di Edmund Husserl

È fuor di dubbio che La Crisi delle scienze europee e la Fenomenologia trascen-dentale1, fatica dell’ultimo Husserl, abbia costituito, per molti suoi allievi e per la

storiografia filosofica contemporanea, la summa teoretica del pensiero e del metodo

fenomenologico “puro” del maestro.

Illustrazione paradigmatica dell’applicazione fenomenologica di una critica serrata alle scienze esatte, di una vera e propria messa in crisi dei principi e dei metodi della ricerca matematica e naturalistica, l’opera in questione svela gli in-tendimenti precisi dell’indagine husserliana sui “fondamenti” che sono alla base di qualsiasi ricerca scientifica, tracciando una vera e propria filosofia della scienza, in ogni caso scevra da qualsiasi proposito “fondazionalista”2.

Sulla scia degli studi sulla geometria e basandosi sulle Zeit und Ding-Vorle-sungen di Halle, Husserl traccia un percorso teoretico originale ed alternativo che conduce ad un ripensamento (e quindi ad una “ri-fondazione”) di alcuni concetti fondamentali sia per la ricerca filosofica sulla scienza sia per la stessa ricerca fisico-matematica3.

L’opera husserliana di cui in questo breve saggio si vuole seguire l’ordito, alla luce di questa ermeneutica della scienza, è dunque la “Crisi delle scienze

euro-* Università del Salento.

1 EDMUND HUSSERL, Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie.

Eine Einleitung in die phänomenologische Philosophie, in “Husserliana” VI, a cura di Walter Biemel, Netherlan-ds: Martinus Nijhoff, The Hague, 1954.

2 Il termine “Fondazione”, insieme con quello di “fondamento”, non fa riferimento qui ad alcuna

ipo-tesi di “fondazionalismo” filosofico di determinati processi, metodi o teorie di natura scientifica. Si farà riferimento a tale termine filosofico solo in prospettiva di un’interpretazione fenomenologica critica del fatto scientifico; interpretazione critica o “ermeneutica” teoretico-scientifica che, presentandosi prevalentemen-te kantiano-husserliana alla luce degli elementi costitutivi dei rispettivi sisprevalentemen-temi filosofici, reca inevitabil-mente con sé l’idea di una “fondazione” o ri-fondazione critica dei concetti e dei metodi scientifici. Nella formulazione della teoria della relatività di Einstein, oltre ai concetti di spazio e tempo, vengono utilizzati diversi concetti della tradizione scientifico-teoretica precedente o contemporanea senza tuttavia le dovute argomentazioni esplicative che ne giustifichino l’impiego. La mia interpretazione nasce appunto da tale possibilità di “ri-fondazione” critica dei concetti adoperati da Einstein e colleghi, nella profonda consape-volezza dell’assoluta irriducibilità di teoria scientifica da un lato e terminologia filosofica dall’altro.

3 È compito arduo e storiograficamente insostenibile – oltre che inconseguente al fine di tale studio –

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pee...”, che illustra l’insieme dei pensieri e dei saggi husserliani sulla situazione delle scienze esatte – e non solo – a partire dal 1924 fino al 1935, periodo di tempo durante il quale si era già consumata la querelle scientifica sulla validità empirica

della Teoria della Relatività e si era già assistito alla comparsa di numerosi studi sulla fisica quantistica.

In “Krisis”, con la stessa ineludibile perspicuità, si manifesta allo studioso attento, all’ermeneuta della scienza, una risposta ragionata, per quanto pacata e distaccata, ad alcuni degli interrogativi che sembravano essere a fondamento dell’opera scientifica di Albert Einstein, che, come scienziato e filosofo allo stesso tempo, contribuì parimenti alla “messa in crisi” delle scienze a lui contemporanee, soprattutto della matematica e della fisica4.

In questo ambiente culturale e filosofico trova posto una rilettura aggiornata e riveduta fino agli ultimi frammenti inediti della “Krisis” husserliana (1935-37), che ci consegna nuove chiavi ermeneutiche non solo per una più adeguata inter-pretazione dei “programmi di ricerca”delle scienze esatte, ma anche per una più opportuna identificazione semantica dei termini filosofici impiegati da Husserl, primo fra tutti il controverso impiego di “Lebenswelt” e delle sue implicazioni filosofiche.

1. Abbozzo di una ‘Critica’ della ‘Teoria delle molteplicità’ (Mannigfaltig keits-lehre)

1.1. Se l’indagine kantiana non era andata oltre un primo setaccio logico-ma-tematico dei principi fisici della natura, Husserl intendeva rifondare la logica non solo nel senso di una logica trascendentale, ma nella prospettiva di rappresentare una vera e propria “Wissenschaftslehre”5 (dottrina della scienza), ossia come una

letzte, tiefste und universalste Prinzipien- und Normenlehre aller Wissenschaften”6.

Tutto ciò ci riporta ai corsi husserliani del 1910/11 a Gottinga, integrati ulte-riormente nel 1912/13 e 1914/15 sempre a Gottinga ed infine presentati sotto il titolo di: “Logik und allgemeine Wissenschaftstheorie” nel semestre invernale 1917/18 a Friburgo7. In questi corsi, il compito di una ideale “mathesis universalis” si

esplicava nella “Mannigfaltigkeitslehre” (Teoria o dottrina delle molteplicità) come “Abschluss” di tutta la conoscenza puramente categoriale8.

Per la “Critica della ragione” kantiana esiste una equiparazione completa-mente illecita tra discipline aritmetiche con le altre discipline matematiche pure, con la geometria e la cronologia (intesa come “cronometria”), e la collettiva separa-zione di entrambe dalla cosiddetta “reinen Naturwissenschaft”“ (scienza pura della

Natura)9.

Tali problemi matematico-formali, con tutte le aporie teoretiche da essi scatu-rite, il rifiuto di astratti formalismi, furono oggetto di indagine da parte di Husserl

4 Cfr. la voce Phenomenology, in: “Encyclopaedia Britannica”, New edition, pp. 634-639.

5 E. HUSSERL, Formale und transzendentale Logik, in: “Husserliana”, XVII, Nijhoff, Den Haag, 1974. 6 Ibid., p. 20/19-21: “... più definitiva, incisiva e universale dottrina dei principi e delle norme di tutte le

scienze”.

7 E. HUSSERL, Logik und allgemeine Wissenschaftstheorie, in: “Husserliana”, XXX, a cura di Ursula Panzer,

Kluwer, Dordrecht-Boston-London, 1996.

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a partire dai suoi studi sull’aritmetica e la geometria di fine ’80010, integrati dalle

“Ricerche logiche” dei primissimi anni del 190011.

Husserl cerca di riflettere innanzitutto sulla ragione più profonda che rende impossibile di principio una diretta matematizzazione (o un qualcosa di analogo ad una costruzione approssimativa) delle qualità specificamente sensibili dei corpi. Anche queste qualità si incontrano secondo certe gradualità e in certo modo ine-risce loro, come a tutte le gradualità, la misurazione, la “valutazione”, la tempe-ratura, la ruvidità e la levigatezza, la chiarezza e l’oscurità, ecc. Quando si parla di misurazione, di misure di grandezza, di metodi misurativi e di grandezze in generale, si pensa sempre a idealità indicate come esatte dal momento che è assai gravoso, ma altrettanto necessario, attuare quell’isolamento astrattivo dei plena:

cioè, osservare per tentativi, attraverso un’astrazione universale contrapposta a quella che ha come risultato il mondo12 delle forme, il mondo corporeo

esclusiva-mente dal punto di vista delle qualità che vanno sotto il titolo di “qualità specifiche di senso”.

Allora Husserl si chiede esplicitamente che cos’è che produce l’esattezza scien-tifica? Evidentemente nient’altro di ciò che è stato detto: la misurazione empirica sempre più precisa e guidata attraverso l’idealizzazione e la costruzione di alcune idealità di un mondo già preliminarmente obiettivato, cioè da certe compagini ideali particolari che si aggiungono alle singole scale di misura.

Noi conosciamo – afferma Husserl – soltanto una forma universale del mondo, un “organismo” vivente simile all’uomo, e non una duplice geometria, disponiamo di una geometria delle forme ma non di una geometria dei “plena”13.

La struttura del mondo implica certo anche che tutti i corpi abbiano sempre specifiche qualità sensibili. Ma le configurazioni che sono fondate puramente in esse non sono analoghe alle forme spazio-temporali, non sono articolate in una forma del mondo che sia loro propria. Le forme-limite (“Limesgestalten”)14 di

que-ste qualità non sono idealizzabili in senso analogo, le loro misurazioni-valutazioni non possono essere riferite alle corrispondenti idealità di un mondo costruibile, già obiettivato nell’idealità. Perciò qui anche il concetto di “approssimazione” non ha un senso analogo a quello che gli inerisce nella sfera matematizzabile delle forme:

10 E. HUSSERL, Studien zur Arithmetik und Geometrie. Texte aus dem Nachlass (1886-1901), a cura di

Inge-borg Strohmeyer, Netherlands: Martinus Nijhoff, The Hague, 1983; ID., Philosophie der Arithmetik. Psycho-logische und Psycho-logische Untersuchungen, Mit ergänzenden Texten (1890-1901), in: “Husserliana”, XII, a cura di Lothar Eley, 1970.

11 E. HUSSERL, Logische Untersuchungen.Erster Band:Prolegomena zur reinen Logik, Text der 1. und 2.

Auflage, in: “Husserliana”, XVIII, a cura di Elmar Holenstein, 1975; ID., Logische Untersuchungen. Zweiter Band:Untersuchungen zur Phänomenologie und Theorie der Erkenntnis, in: “Husserliana”, XIX, a cura di Ur-sula Panzer, 1984.

12 Non ritengo opportuno in questo contesto proporre la traduzione di “universo”, anziché “mondo”,

pur se parzialmente giustificata dai manoscritti pubblicati recentemente nell’aggiunta a “Krisis...” da Smid nel vol. XXIX dell’“Husserliana”, in cui risalterebbe il vero ruolo della “Welt” e di conseguenza della “Lebenswelt”, finora sottaciuto, come di una “Welt des Lebens” ossia come “Universum” o “Organismus”, come qualsiasi corpo fisico, che non è altro che un effettivo complesso (“Komplex”) di elementi fisici. Ciò che Husserl ci presenta come “physischer Umwelt” [pp. 24-25 della suddetta opera] risulta essere il prodotto più scontato, ma non per questo trascurabile, della formazione di matrice prevalentemente matematica del giovane Husserl. Cfr. TERESA DE FRANCO, Critica della Soggettività trascendentale in Kant-Husserl, Lacaita, Manduria, 2001; ID., Critica dell’“Universo-di-vissuti intersoggettivo” in Edmund Husserl, Lacaita, Manduria, 2003.

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il senso di un’operazione obiettiva15. Da ciò nasce la “Relatività” del mondo

intu-itivo, da Husserl riprodotta nella “qualità” logico-analitica delle “forme-limite” (Limesgestalten).

L’atteggiamento teoretico e la tematizzazione delle idealità pure e delle co-struzioni pure portò alla geometria pura (qui ci occupiamo della matematica pura delle forme in generale); più tardi – nel comprensibile rivolgimento inter-venuto – sorse (come sappiamo) la geometria applicata: cioè l’arte pratica della

misurazione guidata dalle idealità e dalle costruzioni che queste permettevano di attuare idealmente; e dunque nelle sfere limitate corrispondenti, un’obiettivazione del mondo dei corpi concreto-causali. Ciò che noi esperiamo nelle cose stesse, nella vita pre-scientifica, i colori, i suoni, il calore, la gravità, ciò che noi esperiamo cau-salmente, la radiazione calorica di un corpo che riscalda i corpi circostanti, e simili, è naturalmente indicato, da un punto di vista “fisicalistico”, da vibrazioni sonore, da vibrazioni caloriche, ossia da puri eventi del mondo delle forme. Quest’asser-zione universale viene assunta oggi come un’ovvietà indiscutibile. È Galileo – per Husserl – il creatore di quella concezione che rese possibile la fisica: non poteva essere ovvio ciò che sarebbe diventato tale soltanto attraverso la sua opera. “ Sel-bstverständlich” (evidente per sé) per Galileo era soltanto la matematica pura e il modo usuale di applicarla16.

“La natura infinita nel suo complesso, in quanto “mondo concreto della cau-salità” – e ciò era incluso in questa sorprendente concezione galileiana – divenne una matematica applicata di un genere particolare”17.

“La matematica come regno della conoscenza autentica e obbiettiva (e la tecnica sotto la sua guida), ciò costituiva per Galileo ed anche per i suoi predeces-sori, il punto focale dell’interesse che spingeva l’uomo moderno alla conoscenza filosofica del mondo (“Welterkenntnis”) e ad una prassi razionale. Si devono poter trovare – aggiunge il Nostro – metodi di misurazione, per tutto ciò che la geome-tria e la matematica delle forme comprendono nella loro idealità a priori. L’intero mondo concreto deve dimostrarsi matematizzabile-obbiettivo, se si vuole risalire ad ogni singola esperienza, e misurare effettivamente tutto ciò che di esse si deve presupporre subordinato alla geometria applicata, se si elaborano cioè adeguati metodi di misura”18.

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1.2. Per Husserl, dunque, una volta approdati alle formule, sono già possibili le revisioni teoreticamente formulate attorno a ciò che ci si può aspettare nella cer-tezza empirica, nel mondo intuitivo della vita effettivamente reale, nell’ambito del quale la matematica non è che una prassi particolare (“nur eine spezielle Praxis ist

[...]”). Per la vita (del mondo), l’operazione decisiva è dunque la matematizzazione

e le formule grazie ad essa conseguite20.

Allora lo stesso filosofo avverte: “Occorre qui prendere in considerazione l’ampia ripercussione da un lato provvida e dall’altro negativa, dei segni e del modo di pensare algebrici che si diffondono nell’epoca moderna a partire da Vieta, e quindi già prima di Galileo. Nasce cosi un’“aritmetizzazione della geometria”, un’aritmetizzazione di tutto il regno delle forme pure (delle rette ideali, dei cerchi, dei triangoli, dei movimenti, dei rapporti di sito, ecc.)”21.

Questa aritmetizzazione della geometria porta da sé, in certo modo, a uno

svuotamento (“Entleerung”) del suo senso. Le idealità effettivamente spazio-tem-porali, così come si rappresentano originariamente nel pensiero geometrico sotto il titolo corrente di “intuizioni pure”, si trasformano per cosi dire in pure forme numeriche, in strutture algebriche. Nel calcolo algebrico, il significato geometrico passa da sé in secondo piano, anzi cade completamente; si calcola, e soltanto alla fine ci si ricorda che i numeri stanno a significare grandezze22.

“Questo processo di trasformazione del metodo, che nella prassi teoretica avviene a un livello istintivo-irriflesso, comincia già all’epoca di Gaileo e, proce-dendo in un movimento incessante, porta ad un livello più alto e insieme a un ec-cesso di “aritmetizzazione”, a una “formalizzazione” compiutamente universale. Ciò avviene appunto attraverso un’ulteriore precisazione ed allargamento della teoria algebrica dei numeri e delle grandezze, su un’“analisi” puramente formale, ossia una “teoria della molteplicità”, una logistica”23.

Leibniz intravide per primo, in anticipo sul suo tempo, l’idea universale e in sé conclusa di un pensiero algebrico altissimo, di una mathesis universalis, come egli la chiamò, e la pose come un compito per il futuro. Secondo Leibniz, essa non è altro che una logica formale che deve essere realizzata all’infinito nella sua totalità propria-essenziale, una scienza delle forme di senso del “qualcosa in generale”, costrui bili attraverso il pensiero puro nella loro vuota-formale generalità, secondo le leggi formali elementari della non-contraddizione: una scienza primaria del mondo delle “molteplicità” pensabili in generale24.

Le “molteplicità” sono dunque in sé totalità con-possibili di oggetti in generale, che vengono pensate come certe soltanto nella generalità formale-vuota, come defi-nite attraverso determinate modalità del qualcosa-in-generale. Nel senso esplicitato, la “dottrina della molteplicità” è la scienza universale delle molteplicità definite25.

1.3. Ecco che allora Husserl rivolge la sua critica sferzante – non come è stato affrettatamente affermato – a Galileo ma ai fisici ed ai matematici del suo tempo.

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Quali i compiti che spettano ai fisici matematici da un lato e dall’altro ai fisici sperimentali?

“I fisici matematici, posti nella sfera spazio-temporale aritmetizzata o insieme nella mathesis universalis formalizzante, trattano le formule matematico-fisicali-stiche da loro stessi adoperate come se fossero strutture pure e particolari della

mathesis formale, mantenendo naturalmente invariate le costanti che si presentano in esse, come costanti delle leggi funzionali della natura fattuale. Considerano anche tutte le “leggi naturali che già sono state verificate come ipotesi durante l’indagine”, sulla base dell’intero sistema delle leggi formali di questa mathesis;

essi traggono conseguenze logiche i cui risultati vengono poi assunti dai ricerca-tori sperimentali, ossia dai fisici tout court. Essi elaborano però anche le singole possibilità logiche disponibili per nuove ipotesi che devono essere compatibili con il complesso di quelle che sono già state riconosciute valide26. Essi provvedono

così all’allestimento delle sole forme di ipotesi che sono ancora ammissibili come possibilità ipotetiche per l’interpretazione delle regole causali, che devono venir constatate empiricamente attraverso l’osservazione e l’esperimento, in relazione agli inerenti poli ideali, cioè alle leggi esatte. Ma anche i fisici sperimentali sono costantemente orientati nel loro lavoro verso poli ideali, verso grandezze numeri-che, verso formule generali. In qualsiasi ricerca che rientri tra le scienze naturali, le formule generali sono dunque al centro dell’interesse. Tutte le scoperte, della vecchia come della nuova fisica, sono scoperte in quel mondo delle formule anno-verato, per così dire, tra la natura”27.

Allora per Husserl “inerisce all’essenza di tutti i metodi la tendenza ad estrinsecarsi tecnicizzandosi”28. Così il senso delle scienze naturali subisce una

complessa trasformazione; avviene un vero e proprio occultamento di senso. Il gioco complessivo degli influssi tra la fisica sperimentale e la fisica matematica, e l’enorme lavoro concettuale che esse compiono realmente si svolge in un “oriz-zonte di senso trasformato”.

1.4. La “Lebensumwelt”, ossia il mondo dell’esperienza – di cui abbiamo

detto –, risulta intersoggettivamente connesso nella sua spazio-temporalità.

L’uomo che vive in questo mondo, e tra questi anche il fisico, può rivolgere le sue interrogazioni pratiche e teoretiche soltanto in questo mondo. Qualsiasi conoscenza di leggi può essere solo una conoscenza delle previsioni, da cogliere mediante leggi, del decorso dei fenomeni effettivi o possibili dell’esperienza, i quali, con l’allargamento dell’esperienza, venivano indicati – cioè acquisiscono senso – solo attraverso le osservazioni e gli esperimenti che penetrano sistematica-mente negli orizzonti ignoti e vengono verificati nel mondo dell’induzione29.

Nella matematizzazione geometrica e scientifico-naturale, noi commisuriamo così al mondo-dei-vissuti – al mondo che ci è effettivamente dato nella nostra vita di mondo concreta nell’aperta infinità di possibili esperienze – un ben confezio-nato abito ideale, quello delle cosiddette verità obiettivamente scientifiche. L’abito ideale, che si chiama “matematica e scienza naturale matematica”, oppure l’abito simbolico delle teorie simbolico-matematiche, abbraccia e riveste tutto ciò che per

26 Ibid., p. 47/20-35

27 Ibid., pp. 47/35-39 e 48/1-6. 28 Ibid., p. 48/7-20.

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gli scienziati, in quanto “natura obbiettivamente effettiva e vera”, rappresenta la “Lebenswelt”. L’abito ideale fa sì che noi prendiamo per vero essere quello che

invece è soltanto un metodo, un metodo che deve servire a migliorare, mediante le previsioni “scientifiche” in un “progressus in infinitum”, le-previsioni grezze, uniche possibili nell’ambito di ciò che è effettivamente esperito ed esperibile nel mondo-di-vissuti; l’abito ideale poté far sì che il senso proprio del metodo, delle formule, delle “teorie, rimanesse incomprensibile e che durante l’elaborazione” ingenua del metodo non venisse mai compreso30.

Viene da chiedersi se la scienza e il metodo scientifico non somiglino così a una macchina che produce evidentemente qualcosa di molto utile e di cui quindi ci

si può fidare, una macchina che ciascuno può imparare a manovrare senza com-prendere le interne possibilità e la necessità delle sue operazioni31. Una macchina

ed una conoscenza perfetta che Galileo – secondo Husserl – arriva a scoprire, ma anche ad occultare. Egli scopre la natura matematica, l’idea metodica, ed apre la strada ad un’infinità di scopritori e di scoperte fisiche. Egli scopre, di fronte alla causalità universale del mondo intuitivo, ciò che da allora in poi si chiamerà senz’altro (come sua forma invariante) legge causale, la “forma a priori” del “vero” mondo (idealizzato e matematico), la “legge della legalità esatta”, secondo la quale qualsiasi accadimento della “natura” idealizzata deve sottostare a leggi esatte.

Husserl non intende affatto umiliare la scienza definendola una tecnh e ab-bozzando una critica di principio intesa a mostrare come il senso peculiare, il senso originario e autentico delle teorie dei fisici sia rimasto, e dovesse rimanere, occulto anche agli occhi di coloro che tra essi erano i più grandi. Non si tratta di un senso metafisico, speculativo, ma del senso proprio e peculiare della scienza, un senso che gode un’evidenza vincolante, il solo reale di fronte al senso dei metodi (“Methoden-Sinn”) che diventa comprensibile soltanto nell’operare per mezzo di formule che trovano la loro pratica applicazione nella tecnica.

Ma ciò che finora s’è detto è ancora unilaterale, e non rende giustizia a certi orizzonti di problemi che introducono in nuove dimensioni, in dimensioni che pos-sono essere dischiuse soltanto dalla riflessione sul mondo della vita e sull’uomo come suo soggetto, come “individuum”, come cioè, un particolare “sistema” di

riferimento32.

Ma “la natura è nel suo “vero essere in sé” matematicamente questa. Di questo “in-sé”, la matematica della spazio-temporalità porta a conoscenza uno strato di leggi in evidenza apodittica in quanto sono incondizionatamente e ge-neralmente valide: ossia coglie immediatamente le leggi elementari assiomatiche delle costruzioni a priori”33. Esse sono accessibili a posteriori e induttivamente a

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Rispetto alla conoscenza assoluta che noi attribuiamo ad un Dio creatore, Husserl afferma, quella della matematica pura ha un unico difetto: quello di essere non assolutamente evidente ma di esigere un processo sistematico per realizzare conoscitivamente, come matematica esplicita, tutte le forme esistenti nella forma spazio-temporale.

Ma l’oscurità si accentuò e si trasformò più tardi con l’elaborazione e con la regolare applicazione metodica della matematica pura formale. Lo “spazio” si con-fuse con la “molteplicità euclidea” definita in modo puramente formale; l’assioma reale, in quanto norma ideale di una validità definitiva colta nell’evidenza del pensiero puramente geometrico, oppure anche del pensiero aritmetico puramente logico, si confuse con l’“assioma” improprio – un termine che nella dottrina della molteplicità in generale non designa giudizi (“proposizioni”), ma forme di propo-sizioni, elementi costitutivi della definizione di una “molteplicità” che deve essere costruita senza interne contraddizioni35.

Il metodo elaborato, il progressivo adempimento dei compiti, in quanto me-todo, è un’arte (tecnh) che si trasmette ereditariamente ma che non per questo trasmette il proprio senso36.

2. Soggettività e ‘Relatività’ nei testi inediti di Husserl

Nell’edizione di Die Krisis der europaischen Wissenschaften..., come

“Ergän-zungsband” con l’aggiunta di testi “aus dem Nachlass” 1934-193737, Reinhold

Smid fornisce materiale inedito utile alle argomentazioni finora condotte su ciò che definisco “Relatività” fenomenologica, che oltre che nei concetti di “mondo della vita”, “teoria delle molteplicità”, “essenza e visione d’essenza”, si presenta anche in quello di “soggettivo-intersoggettivo”.

In particolare nel manoscritto n. 938 Husserl afferma che: “Il soggettivo

per-tiene naturalmente al soggetto, ed i fenomeni rinviano a qualcosa di ulteriormente soggettivo, che appartiene a qualsiasi persona, al dirigersi percettivo del decorso della percezione, accanto al corpo della persona che per se stesso si ritrova in ogni presente mondano e possiede i suoi propri modi di apparire, che funzionano cine-steticamente e certamente dall’io”39.

Ma qual è l’atteggiamento del fisico matematico nei confronti della sua stessa soggettività?

Il fisico nel suo atteggiamento teoretico è in un certo senso tematicamente cieco

per la soggettività che agisce e funge. Quale tipo di scienza si avvicina alla sua indagine? Andrebbe certamente bene la scienza della personalità, di un io e un noi agenti (compiente). Risulta chiusa nella sua generalità la scienza dei soggetti agenti e delle funzioni soggettive che qui lo scienziato della natura (naturalista), il fisico

35 Cfr. ibid., p. 56/23-34. 36 Cfr. ibid., pp. 56/35 e 57/1-19.

37 E. HUSSERL, Die Krisis der europaischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie,

Ergän-zungsband, Texte aus dem Nachlass 1934-1937, in: “Husserliana”, XXIX, a cura di Reinhold N. Smid, Netherlands: Kluwer Academic Publishers, The Hague, 1992.

38 Il titolo di questo paragrafo è: Der Physiker und die menschlichen Leiber als Körper, e reca la data del 20

novembre 1935.

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e gli esperti fisicalisti immaginano, mentre essi esercitano il metodo fisicalistico, secondo tutto ciò che la vita metodicamente fungente individua in essenze e per-ciò particolarmente si dirigono a per-ciò che fornisce naturalmente un tema astratto. Allora è anzitutto chiaro che il naturalista, il fisico esiste solo in un sistema, che è inseparabilmente connesso alla sua intera vita personale concreta e con la vita di tutti gli altri fisici, che formano una comunità scientifica, comunicativamente connessa alla vita di tutti gli uomini mondani in generale40.

Per Husserl, dunque, il “mondo” si costruisce di relazioni intessute a vario livello, sia psichico che fisico; inoltre afferma che “il mondo sensibile (anschauliche Welt)” si presenta “come Mondo di oggetti spazio-temporali, sotto cui gli uomini stessi sono considerati oggetti”41.

Proprio questa unità della natura causale spazio-temporale per Husserl costi-tuisce il campo della scienza della natura matematica, in cui la natura universale, appare come un mondo per così dire che ha valore per sé: nel mondo spazio-temporale concreto prestabilito la natura non è un mondo effettuale per sé42.

Qui il filosofo si rivolge, dunque, al mondo delle realtà autentiche prestabilite, al Mondo, che è nella forma continua della spazio-temporalità e con esso al mondo di oggetti identici che rimangono nel mondo dell’esperienza sensibile, come realtà nel mutamento dei fenomeni soggettivi come essi stessi esperibili, riconoscibili ed in sempre maggiore perfezione. Una considerazione teoretica come trattazione del mondo delle realtà spazio-temporali è anzitutto guidata dall’idea di un mondo in sé, come un mondo di oggetti come substrati ultimi di qualità, oggetti, che nell’ambiente della vita si rappresentano soggettivamente in fenomeni e non pos-sono rappresentarsi altrimenti che così, come nel cambiamento dei fenomeni un singolo e presunto soggetto esperiente e appartengono a tutti i soggetti umani in un’incondizionata generalità, ed ininterrottamente si rivela la coscienza stessa del mondo come essente effettuale, come mondo di oggetti essenti in sé, in riferimento al quale i fenomeni generalmente umani sono un po’ grezze ed un po’ perfette illu-strazioni soggettive. Nella vita valgono i fenomeni come cose stesse o, al contrario, ciò che nell’ambiente umano si offre esso stesso come oggetto d’esperienza, ciò che si trasforma, se si avrà avuto riguardo della relatività di questo ambiente umano e

di questa divisione tra più perfetti o meno perfetti modi di datità e anche di modi di conoscenza, nei semplici oggetti fenomenici43.

Discutendo proprio di Ontologie der Lebenswelt (n. 11), Husserl intende

dimo-strare che “la scienza fondamentale per tutte le scienze del mondo e per i loro corpi è l’”Ontologia del mondo-della-vita”, che rivela la forma essenziale generale, in cui il mondo – per noi unanimemente valido nel flusso eracliteo di relatività – conserva

una struttura invariante. Il mondo (sempre così come rappresentabile mediante un’effettuale e possibile esperienza, è quello sensibile) è da ritenersi il mondo delle cose concrete”44.

Oltre a ciò si presenta l’essenziale Relatività dell’avvicinamento e

allontana-mento e del modo di cambiaallontana-mento dei fenomeni lontani e vicini delle forme spa-ziali e della loro correzione di validità. L’idealizzazione matematica dello spazio e

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le sue forme seguì l’idealizzazione del tempo, che dapprima iniziò come quella dei corpi rigidi in quiete ed invariabili, e comprese lo spezzettamento idealizzante ed il co-frazionamento in una realizzazione concettuale all’infinito (in infinitum)45.

In Konkrete Wissenschaft und Physikalismus (8/9-settembre-1934), Husserl aveva

già precisato che il concreto “Welt” (mondo) è nient’altro che il frutto di un’espe-rienza effettuale e possibile con le sue concrete individualità – è da comprendere nel suo essere concreto nel metodo fisico matematizzante46.

Sotto le difficoltà dell’oggettivismo e del naturalismo, urge al filosofo di Proßnitz mettere in risalto quelle delle reali e concrete individualità, e come esse giocano il proprio ruolo all’interno della geografia, della geologia e dell’astrono-mia, anche come organiche individualità. Qui bisogna dapprima considerare che si potrebbero praticare tutte quelle scienze unilateralmente che bilateralmente, sia fisiche sia spirituali, in un modo che possa conservarle puramente nell’empiria chiara ed evidente47.

Il fisico può dire: la corporeità intuibile (evidente) è soltanto qualcosa di sog-gettivo, qualcosa di meramente soggettivo-relativo. Tuttavia, nel mondo inteso come mondo esperienziale, nel soggettivo-relativo, vive l’uomo con i suoi prossimi. Si vive in un continuo riconoscere, identificare, dividere, in un continuo indurre da ciò che si esperisce direttamente a ciò che non si esperisce, ed è, per questo motivo, sconosciuto ma tuttavia come conoscibile anche esperibile.

Questo mondo, per Husserl, è il mondo dell’esperienza possibile ed effettuale. Nelle reciproche relazioni si comunica anche se dapprima in modo ristretto riguardo allo stesso mondo spazio-temporale, alle stesse cose, uomini, animali, azioni, ecc. prima e senza ogni scienza e perfino fisica.

“L’idealizzazione geometrica e quindi la scienza fisico-chimica ha nel suo metodo e nei suoi risultati la possibilità di considerare ogni dato come approssima-zione, che si può esprimere esattamente come approssimazione e che si può calco-lare nei nessi di natura. L’intero naturale della natura nel suo ideale in-sé costituisce una molteplicità matematica. L’organismo come ogni corpo è proprio un complesso effettuale di elementi fisici. Infine, per questi elementi supposti, attraverso tutte le relatività, per un’ideale identificazione è da assumere una ideale determinabilità stessa nelle sue proprietà e modificazioni nello spazio-tempo idealizzato secondo leggi matematiche esatte, cioè un’ipotesi che si dimostri metodica dell’approssima-zione in continua applicadell’approssima-zione e con accresciuta perfedell’approssima-zione”48.

In “Einströmen”- Sommer 1935, Husserl afferma che bisogna intendere il mondo (mundus) nel senso generale, che proprio nella naività trascendentale conserva il senso trascendentale come mondo costituito trascendentalmente dall’intersog-gettività trascendentale, ossia dal soggetto mondano come senso di mondanizza-zione, il suo atto eguale di mondanizzare il trascendentale atto eguale. “La natura è natura costituita trascendentalmente, il suo correlato fisico-mondano costituisce mondanizzazioni del trascendentale. Tuttavia, la natura, l’intero mondo, anche come intera soggettività mondana e la sua intera vita psichica insieme al suo con-tenuto intenzionale è qualcosa di trascendentale, mondanizzato”49.

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Husserl avverte però: “Anche una psicologia scientifica è possibile nella strut-tura mondo-della-vita ed in una sempre salda interdipendenza con la fisica. Ma

men-tre la matematica pura e la scienza esatta della fattività della natura rimangono invariate nelle loro verità teoretiche, ciò può non aver luogo per ciò che riguarda lo psichico del mondo.

Il mondo stesso si trasforma. Non solo perché esso sia cambiantesi in un mondo, anche se nel cambiamento le realtà rimangono ferme, ma anche come questo mondo cambia mutevolemente, esso stesso, il suo essere rimane fermo e saldo, oppure, detto con altre parole, come esso si trasforma attraverso una secolarizzazione del trascen-dentale, tutto ciò pertanto in tale trasformazione sarà accettato totalmente in sé”50.

6. La ‘Relatività’ fenomenologica di ‘Krisis...’

Sempre in Krisis51, Husserl parla della scienza come di una realizzazione

dello spirito umano, la quale, storicamente, presuppone un punto di partenza co-stituito dal mondo intuitivo della vita a tutti già dato, ma che insieme, presuppone questo mondo circostante il quale è costantemente dato per ogni scienziato52.

Per il fisico, per es., è il mondo in cui egli vede i suoi strumenti di misura, in cui sente le pulsazioni, in cui valuta le grandezze viste, ecc., in cui oltretutto, egli sa di essere incluso insieme con tutte le sue azioni e con il suo pensiero teoretico.

Se la scienza pone certi problemi e li risolve, si tratta di problemi che si pongono sul terreno di questo mondo, che investono la compagine del mondo già dato, in cui rientra la prassi scientifica come qualsiasi altra prassi vitale. In quest’ambito non è facile attingere la chiarezza, stabilire chiaramente quali siano i compiti propriamente scientifici e quindi universali, che vanno posti sotto il titolo di “mondo-della-vita”, e in quale misura possa sorgere in questo modo qualcosa di filosoficamente significativo53.

“Il mondo-della-vita c’è sempre stato, prima di qualsiasi scienza, qualunque sia il modo d’essere che esso assume nell’epoca della scienza. Si può quindi porre il problema del modo d’essere del mondo-della-vita in sé e per sé; ci si può porre completamente sul terreno di questo mondo direttamente intuitivo, mettendo fuori gioco tutte le opinioni e le nozioni della scienza obiettiva”54.

Il primum reale è l’intuizione “meramente soggettivo-relativa” della vita

pre-scientifica nel mondo. Certo per noi il “meramente” ha una sfumatura di spregio che esprime la diffidenza tradizionale per la doxa. Ma nella vita pre-scientifica stessa questa sfumatura scompare; qui il “meramente” sta ad indicare una sicura verificazione, un complesso di conoscenze predicative controllate e di verità precisamente definite secondo le esigenze imposte dai progetti pratici della vita, i quali ne determinano il senso. Lo spregio con cui tutto ciò che è “meramente soggettivo-relativo” viene trattato dagli scienziati moderni al servizio di un ideale di obiettività non cambia assolutamente nulla al suo modo d’essere, come del resto

50 Ibid., p. 79/9-24.

51 E. HUSSERL, Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie.Eine

Ein-leitung in die phänomenologische Philosophie, in: “Husserliana”, VI, cit.

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non cambia nulla il fatto che agli scienziati stessi questo elemento deve essere di comodo, visto che vi ricorrono tanto spesso e inevitabilmente55.

Continua Husserl: “Le scienze si costruiscono sopra l’ovvietà del mondo-della-vita, se ne servono attingendo ad esso tutto ciò che volta per volta è necessario ai loro scopi. Ma usare in questo modo il mondo-della-vita non significa conoscerlo scientificamente nel suo modo d’essere. Einstein, per es., sfrutta gli esperimenti di

Michelson e le verificazioni compiute da altri studiosi mediante apparecchi che sono copie di quelli di Michelson, con tutte le misure, le constatazioni di coinci-denze, ecc. che vi ineriscono. È indubbio che tutto quanto entra in azione, le per-sone, l’apparecchiatura, la sede delle ricerche, ecc. possono diventare a sua volta e nel senso usuale, tema di una problematica obiettiva, della problematica delle scienze positive. Ma era impossibile che Einstein elaborasse una costruzione teore-tica, psicologica-psicofisica dell’essere obiettivo di Michelson; egli poteva soltanto servirsi dell’uomo accessibile a lui come a chiunque altro, nel modo pre-scientifico, quale oggetto immediato d’esperienza; l’esistenza di quest’uomo, la sua vita, le sue attività e i risultati che egli ottiene nel mondo della vita comune sono il presuppo-sto di tutti i problemi, i progetti, delle operazioni scientifico-obiettive di Einstein ri-guardanti gli esperimenti di Michelson. Si tratta naturalmente, del mondo, comune a tutti, quello cioè dell’esperienza, in cui anche Einstein, come qualsiasi scienziato, si sa incluso, in quanto uomo, anche durante le sue operazioni scientifiche. Ma proprio questo mondo e tutti gli eventi rientranti in esso, che, a seconda del bi-sogno, vengono adoperati per scopi scientifici o di altro genere, reca per qualsiasi scienziato nell’atteggiamento tematico orientato verso la “verità obiettiva”, il mar-chio “meramente soggettivo-relativo”. Proprio questo contrasto, come abbiamo già detto, definisce il senso dei compiti “obiettivi”. Questo elemento “soggettivo-relativo” deve essere superato, ad esso si può e si deve assegnare un “essere-in-sé” ipotetico, ritenerlo un substrato di “verità in sé” logico-matematiche, alle quali ci si può avvicinare mediante sempre nuove e sempre migliori configurazioni ipotetiche costantemente verificate nell’esperienza. Questo è uno degli aspetti del problema. Ma mentre lo scienziato è occupato ed interessato in questo modo obiettivamente, d’altra parte, l’elemento soggettivo-relativo funge per lui, non in quanto semplice tramite irrilevante bensì in quanto ultimo elemento fondante della validità d’essere di qualsiasi verifica obiettiva, e quindi quale sorgente di evidenza, come sorgente di verificazione. Le misure viste, i trattini, ecc. sono usati in quanto realmente essenti e non in quanto illusioni: quindi ciò che è realmente e che è valido nel mondo della vita costituisce una premessa”56.

Per Husserl, dunque, il contrasto che si viene a creare tra “obiettività” e “sog-gettività” del “Mondo-della-vita” è uno degli elementi determinanti del senso fon-damentale della scientificità obiettiva. Lo scienziato spesso si è dimostrato sprez-zante nei confronti della definizione di “mondo-della-vita”, anzi si è sbarazzato di essa come se fosse un problema appartenente alla mera sfera della psicologia.

Sgombrando il campo da ulteriori malintesi, Husserl afferma che il contra-sto tra l’elemento soggettivo del mondo-della-vita e del mondo obiettivo, “vero” sta semplicemente in ciò: che quest’ultimo è una sustruzione teoretico-logica, la sustruzione di qualche cosa che di principio non è percettibile, di principio non

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esperibile nel suo essere proprio, mentre l’elemento soggettivo del mondo-della-vita si distingue ovunque ed in qualsiasi cosa proprio per la sua esperibilità. Allora il mondo-della-vita è un regno di evidenze originarie. Ciò che è dato in modo evi-dente è, a seconda dei casi, esso stesso dato nella percezione e cioè esperito nella sua presenza immediata, oppure è ricordato nella memoria. Tutti gli altri modi di intuizione sono presentificazioni di questo “esso stesso”57.

Per il Nostro, dunque, “questa relatività rimane nascosta nel normale decorso

della vita. Essa è perciò caratterizzata come normale poiché ciascuno che vive at-tentamente secondo il proprio interesse nel suo attuale orizzonte spazio-temporale si rappresenta gli oggetti che incontra (con i quali si scontra) nello scambio ( Wech-sel) della propria Relatività senza nient’altro che questo – solo ovviamente secondo

il posizionamento per essi sempre diverso.

La vita normale col mutare di questo soggettivo, nelle condizioni di orienta-mento che in essa stessa trascorrono, è una vita nella naturalità dell’unanimità, in cui si realizza l’unità dell’oggetto e del mondo oggettuale apparente in generale e così nello scambio del ritorno al sé reca con sé l’unità dell’auto-certezza ( Sein-sgewissheit). In questa continua coscienza di questi e quegli oggetti del mondo da

cui gli stessi sono scaturiti, io sono il soggetto coscienziale nel semplice possesso umano, con me stesso come garante unico di armoniose “stessità” (ipseità). Allo stesso modo, nella vita collettiva io sono moderatamente coscienzioso nella sem-plice, normale connessione con altri io; nei loro modi di apparire, nei loro orienta-menti, nelle loro concezioni in coscienza condivisa (empatia), secondo contenuto e

valore, rimane e si mostra il semplice esserci degli oggetti nell’orizzonte insieme spazio-temporale della vita e dell’oggetto58.

57 Cfr. ibid., p. 129.

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Referensi

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