Introduzione
Le piante delle tenute dell’Agro Romano conservate presso l’Ar-chivio di Stato di Roma, meglio conosciute con il nome di Catasto Alessandrino, sono ormai familiari agli studiosi di area romana. non è azzardato affermare che questo documento cartografico, fin dall’epoca della sua realizzazione, non sia mai stato oggetto di oblio. Dapprima, fino al secolo XIX, come titolo di possesso da parte dei proprietari fondiari dell’Agro e nell’ambito della pubblica ammi-nistrazione. Capita infatti, non di rado, di incontrare menzione delle piante del 1660 o addirittura copia di esse, fra i protocolli no-tarili sette e ottocenteschi contenenti atti relativi alle proprietà dell’Agro Romano. Una recente ricerca svolta fra i protocolli del-l’archivio dei 30 notai Capitolini, grazie al lavoro di inventariazione condotto da Orietta Verdi e collaboratori, ha evidenziato che fra i secoli XVII e XVIII era ormai più che affermata l’attività di ripro-duzione di copie delle mappe seicentesche, tratte dagli originali con-servati presso gli Uffici dei notai delle Acque e Strade. Tali copie, destinate ad avere la funzione di allegato ai contratti notarili, pre-sentano evidenti elementi di aggiornamento rispetto a quello che era l’assetto territoriale raffigurato negli originali. Vi si possono in-fatti trovare annotati il mutato andamento dei confini, il nome dei nuovi proprietari, le trasformazioni dell’ordinamento colturale. Questi adeguamenti dimostrano che la pratica di utilizzare vecchie piante non fosse applicata in modo acritico e impersonale. Le piante alessandrine, al contrario, rappresentavano una base di co-noscenza territoriale da tenere sempre in uso, uno strumento vivo e funzionale per l’amministrazione interna dei patrimoni1. negli
ultimi anni del ’600, g. Battista Cingolani della Pergola ricompose in una sorta di ‘quadro di unione’ le piante dell’Alessandrino nella prima Carta topografica dell’Agro Romano, una topografia geometrica che a sua volta funse da base per la Universale Allibrazioneordinata dal papa Pio VI nel 1777, nota come Catasto Piano2.
Successiva-mente, nel 1783, il corpusalessandrino venne riutilizzato e aggior-nato per il Catasto Annonario dell’Agro Romano e infine nel 1801 per il Catasto Daziale, pubblicato da nicola Maria nicolai nel 1803 con il corredo di una carta realizzata da Andrea Alippi3. nel 1795
1. Archivio di Stato di Roma, Presidenza delle Strade, Catasto Alessandrino, 430/3. Torre S. Giovanni.
La costruzione del “Catasto Alessandrino” (1660).
Agrimensori, geometri e periti misuratori
SUSAnnAPASSIgLI
bastò esibire la pianta del 1660 della tenuta di Pantano per dirimere immediatamente una contesa per i confini fra i territori di Monte-compatri e di Monte Porzio4e, ancora, nel 1885 “la mappa catastale
del 1660” era ben nota in ambito parlamentare e oggetto di con-fronto con quella contemporanea da parte dei senatori impegnati, l’8 luglio di quell’anno, nella discussione per la modifica della legge sulla bonifica dell’Agro Romano5. Ai nostri giorni, le piante
costi-tuiscono ormai uno strumento indispensabile per economisti, geo-grafi, medievisti, archeologi e architetti interessati alla storia del territorio e alla topografia storica dell’Agro6.
Avendo già dedicato altri studi di carattere analitico al documento cartografico in questione, in questa occasione mi concentrerò in particolare sulle motivazioni che furono alla base della realizzazione del documento nel contesto della cultura cartografica romana cin-que e seicentesca e sulle figure professionali che vi furono impe-gnate, per concludere con una riflessione sulle dinamiche storiche del territorio raffigurato, quello dell’Agro Romano, dinamiche che in gran parte possono ricostruirsi proprio grazie alla cartografia sei-centesca in questione.
I precedenti
La pratica di redigere carte a piccola scala per raffigurare terreni dell’Agro Romano si può far rimontare agli ultimi anni del Quat-trocento, anche se i primi documenti cartografici conservati risal-gono a non prima della seconda metà del secolo successivo. Le più antiche testimonianze sono costituite, per il momento, dal paga-mento di due mensuratoresper la realizzazione di piante dei casali di proprietà del Capitolo di S. Pietro7.
Uno sviluppo sostanziale si registra a partire dagli anni centrali del secolo XVI, la stessa epoca nella quale Eufrosino della Volpaia rea-lizzava la prima carta particolareggiata della Campagna Romana, utilizzata come guida per i cacciatori8. Il Paese di Romadel 1547, pur
e propri villaggi è dato un risalto diverso rispetto alle abitazioni ru-rali e, infine, che queste ultime non si possono confondere con altri elementi edilizi di spicco della Campagna Romana quali erano le torri di più antica costruzione e gli edifici per l’ospitalità fabbricati lungo le strade, le osterie. E, ancora, vi è chiara l’intenzione di lo-calizzare sia le diverse formazioni vegetali - bosco, canneto, pantano - sia le varie forme di sfruttamento agricolo - filari di vigna, esten-sioni cerealicole, prati da sfalcio.
Di tutt’altro genere, per la quantità di dettagli e per lo stile, erano le carte a piccola scala le quali, oltre che fungere da titolo di pos-sesso dei fondi, sempre più spesso venivano incluse negli atti no-tarili di compravendita e affitto in qualità di perizie e stime del terreno oggetto di transazione, corroborate dalla firma di un perito agrimensore o misuratore. nell’atto di vendita del casale di Capo di Bove, per esempio, atto stipulato il 20 marzo 1589 da parte dei fratelli Mutini a favore dell’ospedale del Salvatore, veniva specifi-cato a proposito della superficie del casale, che i contraenti “men-surari voluerunt per hos agrimensores”, agrimensori dei quali si riportano nome e cognome: Cesareo gattola e Marcantonio ga-lassi9. Tale misura avrebbe garantito la correttezza dell’operazione
e sarebbe stata di beneficio per ambedue i contraenti i quali si sa-rebbero impegnati in futuro a non sporgere alcun reclamo. Testi-monianza di questa pratica può trovarsi pure espressa direttamente sullo stesso documento cartografico, come nel caso dell’annota-zione in margine a una pianta del casale di Pietra Pertusa di pro-prietà del Capitolo di S. Pietro che contiene il riferimento all’atto notarile del 22 maggio 1606, atto al quale la pianta era allegata10.
Piante raffiguranti due tenute confinanti, sin dalla fine del ’500, venivano facilmente unite agli atti di appositio terminum. Tali con-tratti contengono l’esatta descrizione dell’andamento del confine fra due proprietà con il ricorso a elementi topografici significativi, quali manufatti ed elementi del paesaggio naturale11. La finalità di
simili documenti cartografici non era, dunque, solo legata alla qua-lità estetica o decorativa delle raffigurazioni ma rispondeva a una indiscussa funzione giuridica. Le piante dei singoli fondi, commis-sionate soprattutto dagli enti religiosi più importanti in rapporto alla propria capacità organizzativa, adempievano inoltre alla neces-sità di disporre di una stima preventiva del valore delle terre di un casale, poiché questo ormai non veniva più concesso in affitto nel suo complesso come in precedenza, ossia a corpo, ma a misura, ossia per singole unità di superficie. Da qui l’iniziativa, lanciata dagli enti più prestigiosi, come per esempio il Capitolo di S. Pietro nel 1555 o l’ospedale del Salvatore ad Sancta Sanctorumnel 1599, di effettuare vere e proprie ‘campagne di misurazione’, i cui esiti in entrambi i casi sono noti, purtroppo, solo attraverso copie o me-morie successive12.
Una pianta costituiva inoltre un corredo quasi indispensabile nel caso di atti concernenti liti per questioni territoriali. Fu così, per esempio, che nel 1618 l’architetto Francesco Peperelli ricevette l’in-carico dai canonici della chiesa di S. Salvatore in Lauro di Roma di realizzare una pianta del territorio di Mentana13. La questione
con-cerneva il diritto di percepire le vigesime, ossia una imposta pari alla ventesima parte dei frutti raccolti nei terreni ad essa soggetti, da parte del clero responsabile della cura animarum. La chiesa ro-mana, in virtù dell’unione con un’antica chiesa parrocchiale situata nel territorio in questione, vantava diritti su alcuni beni fondiari nel territorio di Mentana e i suoi canonici intendevano difenderli contro le mire del principe Peretti il quale, invece, aveva interesse a diminuirne la superficie. Lo scopo della pianta era dunque quello di fornire una base concreta per la discussione sull’entità del terri-torio soggetto alle vigesime e di qui scaturiva la necessità di elen-carne con precisione i confini, i territori annessi e quelli circostanti. Più rari e generalmente di epoca successiva, ma di grande interesse ai fini dell’analisi delle strutture edilizie, sono i casi di piante allegate ai contratti stipulati per l’esecuzione di lavori. Un bell’esempio di tale pratica è costituito da una pianta e un prospetto ad inchiostro e ac-querello, realizzati dal “muratore, falegname e ferraro” giovan Carlo Pratesi, in veste anche di affittuario della tenuta di S.Andrea14. nella
tenuta, situata al secondo chilometro della via Anagnina, esisteva al-lora solo una “torre spaccata”, un rudere ormai inutilizzabile se non come nucleo interno di un casale di due stanze che il Pratesi inten-deva edificare. A tal fine, egli stanziò la somma di duecento scudi da trattenersi nel pagamento dell’affitto dovuto alla proprietaria, la prin-cipessa Cesarini Colonna. Oltre che documentare la struttura del-l’edificio rurale settecentesco, l’atto corredato dalla pianta costituisce l’unica testimonianza della presenza di una più antica torre. Questa, con tutta probabilità, risaliva al secolo XIII e si trovava al centro del tipico insediamento rurale della Campagna Romana nato nell’am-bito del fitto mosaico di casali agricoli caratterizzati da un nucleo di strutture edilizie fra le quali spiccava proprio la torre15.
Alle origini dell’iniziativa di Alessandro VII
La prima sistematica produzione di piante di tutte le tenute del-l’Agro Romano fu ordinata nel mese di gennaio 1660 dal pontefice Alessandro VII Chigi, il quale affidò il compito di realizzare l’im-presa all’Ufficio della Presidenza delle Strade. L’organismo esisteva fin dagli inizi del ’400 all’interno della Reverenda Camera Aposto-lica, ma fu nei due secoli successivi che si andò definendo la sua forma normativa e organizzativa16. Una delle sue principali
pro-prietari dei terreni e delle tenute che vi si affacciavano. Va tenuto presente, a tal proposito, che per il territorio romano fino a tutto il ’500, l’unico strumento tributario a disposizione era costituito dalle denunce presentate dai proprietari dei terreni. ne scaturiva una ri-partizione del tributo per il riattamento delle antiche vie consolari dal carattere molto incerto perché condizionata dalla veridicità di tali denunce. Testimonianza di esse si conserva nei registri fiscali delle Taxae Viarum,conservati a partire dai primi decenni del secolo XVI17. Lo stato della viabilità extraurbana si presentava in modo
di-suguale e generalmente degradato anche perché i proprietari ten-devano a sottrarsi al versamento, preferendo occuparsi essi stessi in prima persona della manutenzione del tratto di strada esteso da-vanti alla propria tenuta. Fu proprio per disporre di una migliore conoscenza delle proprietà rurali, ai fini della tassazione imposta per i lavori stradali dell’Agro, che il pontefice dispose che ciascun proprietario di tenuta giacente lungo le strade consolari dovesse far eseguire da un perito agrimensore la pianta esatta della sua pro-prietà, pianta che doveva poi essere presentata all’Ufficio del notaio delle Acque e Strade. Quella sede, per oltre duecento anni, garan-tirà ad amministratori pubblici e notai il diritto di consultare le piante alessandrine e di ricavarne copie per gli usi consentiti dalla legge. L’editto emanato dal Presidente delle Strade, in particolare, prescriveva che per le vigne ubicate nel suburbio fossero rinnovate le denunce giurate (“in quanto alle vigne l’assegna o denuncia giu-rata della quantità delle pezze”), mentre per le tenute estese nella fascia territoriale circostante, venissero prodotte – fatto, allora, del tutto inedito - piante topografiche con l’indicazione della superficie (“e quanto alle pediche, casali o terreni, la pianta”)18. Le piante, per
avere valore ufficiale, dovevano essere redatte e sottoscritte da un perito agrimensore. In aggiunta a questo compito, il 27 novembre 1659 era stato imposto dall’Ufficio della Presidenza delle Strade: “che ciascun architetto delle Strade fuori delle Porte faccia la Pianta di ciascuna delle dette strade con descriverci li casali et castelli et anco le dette strade fino alle quaranta miglia”19.
Il corpusAlessandrino, se non un vero e proprio catasto, rappresenta dunque una prima collezione sistematica di piante per l’intero ter-ritorio dell’Urbe: esso è composto da trecentosettantasette piante contenenti il rilevamento delle quattrocentoventiquattro tenute al-lora presenti nell’Agro Romano20. Ma, a dispetto del carattere
uni-tario dell’impresa, il suo aspetto prevalente è quello della eterogeneità. Infatti l’editto pontificio imponeva unicamente ai pro-prietari di consegnare entro trenta giorni la pianta “sottoscritta da un pubblico Agrimensore, di dette pediche, casali, o terreni, con la qualità delle rubbia, distinzioni di tutti li confini, del nome e del luogo dove son posti e della strada della quale si servono”. Oltre la misura della superficie espressa in rubbia (un rubbio equivale a ettari
1.848) e l’elenco dei confini, gli elementi che non potevano mancare erano dunque il toponimo del fondo e il nome della strada di cui si serviva il proprietario per raggiungere il suo terreno. Per il resto, era lasciata totale libertà di raffigurazione nel contenuto e nello stile. In effetti, fra tutti i requisiti imposti, l’unico elemento annotato rego-larmente su tutte le carte era la cifra indicante la superficie. Dati i ristretti limiti di tempo, venivano inoltre ammessi sia origi-nali, risalenti in alcuni casi al secolo precedente, sia copie di piante i cui proprietari intendevano conservare l’originale, sia infine carte eseguite da agrimensori o architetti, in molti casi realizzate in tutta fretta. Lando Scotoni ha calcolato che, con una estensione totale di circa 201.600 ettari, per rilevare tutte le tenute dell’Agro i circa cinquanta agrimensori attivi per il Catasto Alessandrino avrebbero dovuto misurare giornalmente una superficie di circa 155 ettari. Si tratta di una mole di lavoro irrealizzabile, dato che la superficie media quotidiana di terreno rilevabile non superava i sette o otto ettari, ancora nella seconda metà del secolo XIX21. Era dunque
suf-ficiente che i contorni della tenuta fossero esatti e la superficie fosse garantita da un perito agrimensore, per soddisfare le esigenze pret-tamente fiscali dell’operazione. Lo scarto cronologico talora esi-stente fra la pianta originale e quella copiata per la consegna all’Ufficio della Presidenza delle Strade giustifica alcune incon-gruenze che si possono evidenziare per quanto riguarda i confini e i toponimi, che nel frattempo avevano subito variazioni: questo dato non deve sfuggire all’attenzione dello studioso che desideri ri-costruire le dinamiche della proprietà fondiaria in quanto costitui-sce testimonianza di una fase di trasformazione22. nonostante
l’espediente della copia, che interessa una buona parte delle piante del corpus, l’enorme impegno giustificò un generalizzato ritardo ri-spetto alla scadenza dei termini per la consegna, consegna che venne completata per lo più fra i mesi di aprile e maggio 1660. Sulle piante, il tracciato dei confini era di tipo geometrico, se reso attraverso tratti rettilinei, oppure si basava sul reticolo idrografico o su quello viario tradendo, in questi casi, una maggiore antichità e potendosi confrontare con gli elenchi di confini contenuti negli atti notarili di compravendita e affitto dei casali conservati a partire dalla seconda metà del secolo XIV23. nonostante alcune distorsioni, esso
risulta effettivamente preciso, al punto che solo pochi decenni più tardi l’agrimensore giovanni Battista Cingolani ridisegnò le tenute dell’Alessandrino a scala più grande, raffigurando su carta, per la prima volta, l’esatta delimitazione della ripartizione territoriale am-ministrativa corrispondente all’Agro Romano (fig. 2)24. I toponimi
2. Superficie dell’Agro Romano come risulta dal ‘quadro di unione’ delle piante del Catasto Alessandrino realizzato da G.B. Cingolani nel 1692 (da Atlante storico-politico del Lazio 1996, tav. XXXI).
terreni agricoli. Essendo l’esecuzione di tali particolari affidata alla sensibilità e alle capacità tecniche dei singoli agrimensori, i palazzi, le torri, i precoi, le osterie, le cappelle rurali e gli elementi del pae-saggio risultano raffigurati con diverse tecniche e diversi stili e non necessariamente in modo realistico (figg. 3, 4). Ma, tanto i manufatti - anche quelli apparentemente più secondari, come ponti, mole e fontanili - quanto le componenti naturali come per esempio la rete idrografica, quando conservati, appaiono di solito individuabili nella cartografia attuale, il che indica una sostanziale precisione del rilievo. grazie al confronto con le fonti demografiche contemporanee – in particolare la registrazione degli Stati delle Anime e le relazioni delle Missioni – è anche possibile verificare l’esattezza della fonte carto-grafica seicentesca riguardo alla consistenza dell’insediamento e alla sua funzione26. Osservando le piante nel loro insieme, vi si rileva
in-fatti la precisa distinzione, grazie alla resa grafica, fra le diverse scale dimensionali dell’insediamento e fra edifici adibiti a residenza fissa oppure all’ospitalità temporanea, alla cura spirituale, al riparo del bestiame e infine vi spiccano i nuclei edilizi originari delle antiche aziende agricole ormai abbandonate.
Oltre agli indicati scopi fiscali, alla base dell’iniziativa pontificia vi erano anche motivazioni di carattere annonario. A partire dalla se-conda metà del ’500, l’esigenza da parte dei pontefici di intervenire con misure coercitive nei confronti dei proprietari scaturisce da quella che divenne, da quel periodo in poi, una caratteristica per-manente dell’Agro ossia il mancato sfruttamento agricolo delle te-nute con la conseguente scarsità cronica di grano per la città. Per non correre i rischi della coltivazione o per la carenza di operai agri-coli, e nonostante le ripetute disposizioni pontificie che prescrive-vano la semina di almeno un terzo della superficie delle tenute, i proprietari tendevano infatti a sfruttare le proprie tenute quasi esclusivamente per il pascolo attraverso la concessione ai mercanti di bestiame. Una ricognizione puntuale delle caratteristiche e delle vocazioni produttive delle aziende agricole avrebbe contribuito in modo sostanziale a controllare il rispetto delle prescrizioni, allo scopo di assicurare i rifornimenti alimentari alla città.
nonostante questi precisi intenti, l’utilizzazione del suolo è presen-tata nelle piante in modo spesso lacunoso, al punto da far pensare a dichiarazioni volutamente reticenti, volte ad alleggerire la tassa-zione dovuta da ciascun proprietario dei fondi27. Il paesaggio delle
tenute è tuttavia reso nella maggior parte delle piante attraverso una simbologia che differenzia i vari tipi di terreno agricolo e il di-verso ordinamento delle colture. Emerge infatti in modo significa-tivo una considerevole diversificazione delle varie produzioni agricole, attraverso il riparto in terreni lavorativi, pascoli, prati, monti falciativi, macchie, boschi, vigne, arboreti, oliveti, canneti, terreni sodi o incolti (fig. 5). A questi si aggiungono altri elementi possibile distinguere quelli più antichi da quelli contemporanei
gra-zie alla conoscenza delle principali famiglie e della loro provenienza geografica e sociale. I capitoli delle grande basiliche e gli ospedali ro-mani ricorrono frequentemente fra i nomi delle tenute e fra quelli dei loro confini, rendendo palese la grande incidenza della proprietà ecclesiastica all’interno dell’Agro. Ad altra categoria appartengono i toponimi derivanti dagli elementi ambientali e dalle forme produt-tive, fra le quali spicca quella dell’allevamento25.
2. Esempi di piante realizzate con tecniche e stili completamente diversi. Archivio di Stato di Roma, Presidenza delle Strade, Catasto Alessandrino, 429/37 San Matteo, pianta realizzata dall’agrimensore Francesco Taraburella di Frascati nel 1660, a penna,
estremamente sintetica e priva di rifiniture, con le tracce della misurazione;
4. Archivio di Stato di Roma, Presidenza delle Strade, Catasto Alessandrino, 432/9 Castagnola, Riotorto, Piancimino e La Fossa, casale di proprietà del Duca Cesarini raffigurato, al contrario, con stile realistico e grande ricchezza di particolari relativi al paesaggio rurale.
mensore. Del resto, anche in precedenza come si è visto sopra, nel caso di transazioni o di questioni giuridiche pertinenti al territorio romano, questa stessa figura di perito aveva la funzione di rinforzare il ruolo del notaio.
gli agrimensori che rilevarono, disegnarono, o semplicemente co-piarono, le carte per il Catasto Alessandrino sono in tutto settan-tadue, dei quali una cinquantina gli effettivi autori delle piante del 1660. nei casi di piante rilevate in precedenza o copiate da originali più antichi, talvolta compaiono entrambi i nomi degli agrimensori autori dell’originale e della copia, agrimensori che non hanno re-datto congiuntamente la pianta. E’ questo il caso, per esempio, della firma combinata di Paolo Cordiale e di Paolo Picchetti, il primo attivo solo fino al 1625 e quindi autore del solo originale e il secondo, firmatario di varie carte negli anni 1660 e 1661, il quale fu invece autore unicamente della copia. Spesso, l’ipotesi della co-piatura da una precedente pianta è avvalorata non solo da criteri estetici, ma anche dal limitato lasso di tempo che gli autori ebbero a disposizione per la consegna. Un esempio lampante di questo modo di procedere è costituito dalla produzione di giusto Qua-ranta, l’agrimensore della famiglia Borghese, il quale eseguì, copiò o convalidò una cinquantina di mappe. Quindi è presumibile che molte di esse fossero ricavate dagli originali di un suo precedente rilevamento, conservate presso i proprietari, oppure si trattò di copie realizzate da un disegnatore attivo nella sua bottega e poi au-tenticate dall’autore stesso.
Tentare di realizzare un censimento degli agrimensori attivi nella Roma seicentesca non è facile, come non è facile delineare le bio-geografici che componevano il movimentato paesaggio della
Cam-pagna Romana, quali corsi d’acqua, spallette, cavonie monti28. Le molteplici forme produttive raffigurate possono essere messe a con-fronto con quelle elencate in altre fonti, ormai diffusamente utiliz-zate in ambito storico economico, come i registri amministrativi e gli inventari delle aziende29. Inoltre, il Libro dei Casalidei primi anni
del ’600, contenente una raccolta sistematica di notizie sulle tenute della campagna di Roma basata sugli archivi notarili, correda ulte-riormente queste descrizioni. Il quadro che ne scaturisce è quello di una campagna ancora decisamente produttiva: fra i terreni ce-realicoli, anche quelli compresi nel corpo delle tenute e non solo nella fascia suburbana a ridosso delle mura, si trovavano spesso par-celle sfruttate intensivamente a vigna e orto. All’azienda del precoio, il recinto destinato all’importantissimo allevamento delle vacche rosse, si affiancava il personale addetto al pascolo delle pecore. Per completare il disegno delle strade, figurano talvolta i carrettieri che trasportavano l’erba falciata nei preziosi prati ubicati lungo tutti i corsi d’acqua. Le formazioni forestali destinate alla ceduazione si distinguevano, in base alla consistenza e alla qualità delle compo-nenti specifiche, in arboreti,boschi,boschetti,selve,selvotte emacchie. E non vi mancavano anche tracce di altre attività per lo sfrutta-mento delle risorse ambientali, come le cave di pozzolana e le grotte per l’estrazione del salnitro.
Le competenze in gioco
dell’agri-grafie dei professionisti impegnati nel campo della cartografia. Ma, se dall’elenco riportato nella tabella in Appendice si eliminano i nomi di una ventina di agrimensori la cui attività si può ascrivere a un periodo precedente il 1660 e che quindi in quell’epoca dovevano essere certamente morti – ossia Ascanio Antonietti, Ludovico Ap-piani, Francesco Maria Bambocci, Bernardino Calamo, Domenico Castelli, Paolo e Rodolfo Cordiale, Marcantonio galassi, Mario e Attanasio gentile, Bartolomeo gritti, Prospero de Rocchis, Bernar-dino e Ortensio Toro, Francesco e nicolò Torriani, molti dei quali svolsero anche un’intensa e ben documentata attività come archi-tetti e misuratori – si ottiene un quadro che può definirsi abbastanza fedele delle figure professionali attive nella Roma della metà del ’600. Si tratta infatti, sostanzialmente, dei medesimi nomi che ri-corrono nelle poche altre fonti contemporanee a nostra disposi-zione, gli archivi patrimoniali degli enti ecclesiastici, gli archivi degli uffici edilizi dell’amministrazione centrale e i protocolli notarili. Agrimensori, geometri e periti misuratori di terreni erano gli unici professionisti che a Roma dovevano sottoporsi a un esame. Questi misuratoriappartenevano alla corporazione degli agricoltori, dalla quale dipendeva il rilascio delle patenti di agrimensore e perito agro-nomo, competenze che a partire dal 1735 appaiono associate. Dun-que, superata la prova, il Tribunale dell’Agricoltura rilasciava una patente il cui formulario ci è trasmesso da una fonte settecentesca: Dovendosi provedere di un agrimensore e perito respettivamente del nostro Consolato dell’Agricoltura (…) vi creamo, eleggiamo e vi deputiamo per uno dell’agrimensori e periti dell’Agricoltura con tutte le facoltà solite e necessa-rie, e quando vi sarà ordinato e sarete richiesto con ogni attenzione et dili-genza e senza alcun dolo et fraude misurare tutte sorti di terreni, tanto prativi, seminativi, macchiosi, selve, vigne, canneti e ogn’altra sorte, secondo la vostra coscienza e perizia fare qualsivoglia stima concernente detta nostra arte, ed anche de danni dati di qualsivoglia sorte secondo la disposizione de nostri statuti con darne le dovute perizie e relazioni con giuramento30. I compiti del Perito Agrimensore sono ben precisati anch’essi da una fonte più tarda, ma da considerarsi valida anche per il secolo precedente. Per quanto riguarda la teoria, l’agrimensore doveva es-sere versato in aritmetica, avere cognizione dei termini e dei prin-cipi geometrici, sapere cosa fosse la misura “e le diversità di esse misure secondo le cose, che si possono misurare”: era cioè tenuto a conoscere, in particolare, le regole per misurare i terreni in rilievo (“al Monte”).
5. Esempio di pianta nella quale si evidenzia la varietà delle componenti dell’ordinamento colturale, con filari di vigna, canneto, prato, campi a cerealicoltura e boschetti: Archivio di Stato di Roma, Presidenza delle Strade, Catasto Alessandrino, 430/3 Torre San Giovanni, particolare.
furono impegnati ad eseguire l’ordine “che ciascuno architetto delle strade fuori delle porte faccia la pianta di ciascuna delle dette strade con descriverci li casali et castelli et anco le dette strade fino alle quaranta miglia”. Il risultato di questa fatica fu la realizzazione delle già citate piante delle strade consolari, impiegate come frontespizio delle cartelle dove si conservano le piante del Catasto Alessandrino. L’agrimensore, così come il notaio, poteva operare per uno specifico committente, dal quale riceveva un incarico per eseguire un certo numero di lavori. Fra i principali committenti erano i grandi enti religiosi proprietari di tenute dell’Agro, come l’ospedale del Salva-tore ad Sancta Sanctorum, per il quale lavoravano Bernardino Ca-lamo - che fu attivo fra il 1604 e il 1636 - e suo figlio Francesco, uno dei maggiori artefici delle carte dell’Alessandrino. Bernardino, in particolare, eseguì nel 1630, al servizio dell’ospedale del Salvatore, una serie di copie di piante tratte dal Libro dei casalidel 159936. In
questo caso, gli agrimensori erano regolarmente stipendiati dagli enti proprietari per la redazione delle piante dei casali, come risulta dai registri di pagamenti. Per esempio, ancora a favore di Bernar-dino Calamo risulta un pagamento di dieci scudi “di buon conto per le piante che doverà fare delli casali del Reverendissimo Capi-tolo” di S. Maria Maggiore il 25 marzo 163537. E i medesimi
Ber-nardino e Francesco figurano registrati, fin dai primissimi anni del ’600, fra le fediconservate presso l’Archivio del Capitolo di S. Maria Maggiore, in qualità di “misuratori delle terre seminate, dei casali e delle pediche”. L’assunzione della carica di agrimensore alle di-pendenze di uno specifico ente non implicava tuttavia solo il com-pito di redigere piante dei possessi, ma investiva tutte le competenze sopra elencate. Fabrizio Sperandio nel 1773 si intitolava “perito agri-mensore dell’Illustrissimo e Reverendissimo Capitolo di S. Maria Maggiore” e a lui, quindi, spettava il compito di effettuare regolari sopralluoghi all’interno dei possedimenti dell’ente per la ricogni-zione dei fossi, per la misura di superficie delle erbe da acquistare o cedere in affitto, nonché la dichiarazione giurata delle misure di superficie dei beni fondiari38. Un modello di estrema ‘fedeltà’ nei
confronti di un unico agrimensore viene dalla famiglia Borghese, rilevantissima proprietaria di casali nell’Agro, che ricorse esclusiva-mente al servizio di giusto Quaranta per la firma delle piante delle proprie tenute destinate alla consegna del 1660.
Un ultimo esempio, ben documentato grazie a un recente studio di Alexis gauvain, viene dall’amministrazione patrimoniale del Ca-pitolo di San Pietro39. I verbali delle adunanze e i censuali dei beni
testimoniano che Bartolomeo grippa, detto anche Grippetta, e gi-rolamo Valperga, altro importante misuratore e capomastro, autori della misura e della pianta di Boccea e di altre piante non conser-vate, furono i primi agrimensori al servizio stabile del Capitolo. L’11 settembre 1595, per la prima volta, venne assunto dai canonici di fatto, ed ancora di quelle, che sul fatto medesimo fossero state prese
irrego-larmente per poscia a tavolino ridurle a forme regolari. Ed insomma dovrà essere versato in tutte quelle cose, che spettano alla cognizione delle materie di Agrimensura, oltre delle quali cose dovrà ancora aver cognizione delle qualità de’ terreni, arborature, e frutti, e di tutto ciò, da che se ne deve de-sumere il loro valore, e stima”, dalla “Istruzione osia compilazione di quelle cose, nelle quali devono essere versati tanto in teoria, che in pratica li Periti Idrostatici, Architetti, Agrimensori, ed Agricoltori, stampata in esecuzione delle provisioni, ed ordinazioni sopra li periti31.
Un sondaggio fra i protocolli dei notai del Tribunale dell’Agricol-tura illustra, in pratica, quelle che risultano le funzioni più consuete svolte dagli agrimensori e misuratori negli anni centrali del secolo XVII. In particolare, si ricorreva al “misuratore da eleggersi a spese comuni fra le due parti, in caso di discordia”; oppure per il calcolo della superficie dei terreni falciativi all’interno delle tenute del-l’Agro Romano, quando queste fossero vendute “non a corpo, ma a misura”32. Per ciascuna mansione esistevano ben precise tariffe
secondo il tipo di misura da effettuarsi, fissate negli Statuti del-l’Agricoltura del 1718. Per esempio, per la misura delle macchie, la più complicata date le condizioni geografiche, venivano corrisposti venti baiocchi il rubbio, mentre per i preziosi prati da sfalcio dodici, per i terreni seminativi dieci, per le superfici a prato e pascolo sette. Sempre secondo la prassi stabilita nel 1718, per le operazioni quan-tificabili a giornata la paga era di quattro scudi al giorno33.
È da rilevare come anche il mestiere dell’agrimensore si traman-dasse all’interno della famiglia, di padre in figlio, analogamente a quello di architetto o scultore. Le due competenze, in effetti, figu-ravano spesso sovrapposte, come illustrato dalle testimonianze che seguono.
Sia gli architetti sia gli agrimensori lavoravano per proprietari privati e, contemporaneamente, comparivano alle dipendenze di organi centrali, come l’Ufficio della Presidenza delle Strade. Intorno alla metà del ’600, per fare un esempio, Domenico Castelli ricopriva gli incarichi di misuratore di Camera, soprastante alle Fabbriche, incaricato dell’Acqua Paolina, architetto di Campidoglio, architetto delle Acque34. gli stessi agrimensori impegnati nella redazione dei
rilievi delle proprietà rurali svolgevano anche incarichi per conto della Presidenza delle Strade, come risulta dalle Congregazioni di tale ufficio risalenti agli anni 1643-166035. La redazione di piante
San Pietro un architetto con il compito di effettuare i rilievi per la formazione di un catasto delle case, nella persona di Prospero de Rocchi. Si tratta di un personaggio noto in quanto misuratore della Reverenda Camera Apostolica durante i pontificati di gregorio XIII e Sisto V. I canonici gli attribuirono un compenso di sessanta scudi l’anno per il primo biennio e di due scudi e cinquanta al mese per il periodo successivo, con l’impegno di completare entro due anni le piante delle case. Egli rimase alle dipendenze di San Pietro fino al 1604, quando fu licenziato per negligenza. Durante quel pe-riodo, l’architetto disegnò la pianta di cinque tenute, misurò i prati di altre due e collaborò con Francesco Torriani per realizzare la pianta di un terreno contiguo alla chiesa di S. Balbina. Fra i nomi più ricorrenti al servizio del Capitolo è quello di Orazio Torriani, il quale alternò le proprie prestazioni fra questo ed altri enti, come il monastero di S. Paolo fuori le mura e la basilica di S. Maria Mag-giore, un servizio che lo vide attivo, con compiti ben distinti, sia in veste di agrimensore sia in veste di architetto per il lungo periodo intercorso fra il 1603 e il 1658. Il suo primo compito fu quello di collaborare con il padre Francesco alla realizzazione della pianta della tenuta di Porto e Isola, della quale curò il ricco apparato de-corativo. La seconda fase della sua attività alle dipendenze di S. Pie-tro lo vide impegnato, fra il 1615 e il 1617, nel disegno delle piante dei possessi di Castel giubileo, di Campomorto e di quelli siti nel-l’area suburbana fra Borgo e Trastevere. Contemporaneamente pro-gettò un ponte sul torrente Arrone all’interno della tenuta di Boccea. nel 1620 Torriani venne licenziato dal suo lavoro di agri-mensore capitolare per assumere unicamente il ruolo di architetto, con uno stipendio fisso di sette scudi al mese. All’età di ottanta anni, nel 1656, i canonici ricorsero nuovamente al suo servizio, commissionandogli le piante delle case, vigne e tenute del Capitolo irreperibili in archivio. Fu inoltre lui che, per la conoscenza che aveva degli edifici in questione, ebbe l’incarico di effettuare la stima del valore dell’edificio monastico di S. Caterina in Vaticano e delle case confinanti, destinati ad essere demoliti per far spazio al colon-nato di piazza S. Pietro. Al 1658 risale la sua ultima notizia che in-forma della consegna al Capitolo di altre otto piante di tenute, per le quali riscosse centocinque scudi. Queste piante costituirono il modello per le copie che sarebbero state di lì a poco consegnate al-l’ufficio della Presidenza delle Strade.
6 Archivio di Stato di Roma, Presidenza delle Strade, Catasto Alessandrino, 432/39 Vallerano, pianta realizzata dall’agrimensore Marco Antonio Qualeatti.
7-8. Esempi di piante del ‘tipo Borrella’: Archivio di Stato di Roma, Presidenza delle Strade, Catasto Alessandrino, 432/21 Marrone e 432/60 Porcigliano.
cezione, in tutta la sua carriera, di una sola pianta, prodotta per un proprietario diverso.
I decreti capitolari del Capitolo testimoniano che i canonici di S. Pietro, almeno a partire dalla fine del secolo XVI, disponevano sta-bilmente di un agrimensore alle proprie dipendenze. Se questi mo-riva o veniva allontanato per qualsiasi motivo, ne veniva subito assunto un sostituto. Ma la rilevazione di un buon numero di te-nute fu svolta anche dai fattori del Capitolo, in quanto la loro espe-secondo si firmava architetto del Capitolo di S. Pietro già nel 1660,
nella pianta della Pedica Cleria (430A/30)40. Infatti, fu proprio lui
l’ec-9a-b, 10a-b. Esempi di fabbricati realizzati con forma geometrica, con tutta probabilità non mediante disegno dal vero ma a tavolino: Archivio di Stato di Roma, Presidenza delle Strade, Catasto Alessandrino, 430/25 Torre Angela e 430/28 Tor Tre Teste, particolari.
casali agricoli43. Ma soprattutto stupisce scoprire che, fra il mese di
febbraio e quello di maggio 1660, Qualeatti firmò ben trentaquattro originali e due copie di piante per il Catasto Alessandrino44. In base
all’analisi delle caratteristiche dei singoli prodotti cartografici rea-lizzata da Jean Coste, si può affermare che solo le prime cinque fu-rono effettivamente realizzate da lui in persona. Egli infatti dovette ricorrere ad altri laboratori per compiere una tale mole di lavoro, laboratori dove furono realizzati anche i due originali anteriori al Catasto Alessandrino. Queste carte infatti presentano un analogo fondo giallo, ma diversi caratteri stilistici, quali la grafia dei nomi dei confinanti, la scala metrica e il disegno dei fabbricati, le acco-munano a quelle elaborate nella bottega del contemporaneo agri-mensore Eliseo Vannucci sulla quale ci si soffermerà fra breve. L’ordine della consegna delle piante fa dedurre che il lavoro non sia stato completato secondo criteri topografici e neppure secondo quello dei proprietari. Va inoltre tenuto presente che la data del-l’editto, il 31 gennaio 1660, fa escludere che Marco Antonio Qua-leatti abbia misurato sul terreno da solo la superficie di otto tenute in meno di tre settimane. A questo periodo appartengono anche le cinque carte che Marco Antonio Qualeatti firmò per il Capitolo di Santa Maria Maggiore, senza data ma registrate insieme il 17 aprile e con le stesse caratteristiche della bottega Vannucci, per quanto riguarda il disegno degli edifici45. Si noti che il 30 aprile,
proprio a favore di quest’ultimo, risulta un pagamento di dieci scudi effettuato dal Capitolo come remunerazione per il lavoro di rico-piatura di cinque piante. Dunque, il lavoro per il quale Vannucci venne pagato consisteva nella confezione delle piante nella loro ste-sura definitiva, realizzata a partire dalla miste-sura o dal rilievo effettuati da Marco Antonio Qualeatti, secondo quanto risulta nella legenda delle carte “misurata da me infrascritto”. In conclusione, delle tren-tasei piante che Marco Antonio Qualeatti firmò in tre mesi, con tutta probabilità, solo le prime cinque per i Maddaleni e per i Mat-tei, furono frutto esclusivo del suo lavoro sino alla messa in pulito (fig. 6). già a partire dalla fine di febbraio egli sembrò ricorrere alla bottega di Eliseo Vannucci per completare le carte per i Capizucchi e quella per i Muti. Questa collaborazione proseguì ancora nei mesi di marzo, aprile e maggio, quando risultano attivi per lui altri di-pendenti della bottega Vannucci, oltre a un disegnatore speciale per la grande carta del territorio di Decima46.
La delineata fisionomia di Marco Antonio Qualeatti esemplifica il caso di un agrimensore non architetto, figure destinate a rimanere in gran parte ignote47. Altre sono invece dichiarate architetti e, in
quanto tali, hanno lasciato il proprio nome legato alla realizzazione di edifici di rilievo o figurano nei repertori, come Camillo Arcucci, Antonio del grande, Vincenzo della greca, Francesco Peperelli e gli Architetti dei Maestri di Strade Francesco Contini, Domenico rienza li portava a possedere una profonda conoscenza dei terreni
di proprietà dell’ente. Uno di essi era quel Melchiorre Carcopino, che in più occasioni nella prima metà del secolo XVII, affiancò gli agrimensori con lo scopo di indicare i corretti confini delle tenute e presso la cui abitazione si trovavano conservate le piante. I tanti esempi a disposizione mostrano che in effetti non vi fosse alcuna formale rigidità nel rapporto fra committente e agrimensore, quanto piuttosto una forma di discrezionalità legata alla tradizione culturale e alle disponibilità economiche del committente. La stra-ordinaria attività del già nominato Marco Antonio Qualeatti ne è una dimostrazione. Di questo personaggio mancano totalmente i dati biografici. Si sa solo che egli non fu architetto e una parziale ri-costruzione della sua vita professionale è attuabile unicamente at-traverso lo studio della sua produzione cartografica41. Prima del
1660, Marco Antonio Qualeatti fu autore di una pianta del casale di Sacco Pastore dei Maffei, datata 1643, della quale egli stesso firmò la copia per il Catasto Alessandrino (431/30). nel maggio 1656 realizzò la pianta del casale Crescenza, che sarà copiata da un anonimo nel 1660 (433/7) e il cui originale si conserva presso l’ar-chivio della Crescenza42. negli anni ’60 e ’61, la registrazione di
statuette, statue di gesso, sgabelli di legno per sostenere le statue, varie raccolte di disegni e schizzi a mano, librerie con le opere a stampa dello zio agostiniano Petrelli. Egli lasciava al Brusati “li stigli, le scritture e libri della mia professione di Architetto acciò possi con suo vantaggio esercitare il suo talento”. Fra questi si contano diversi manuali di geometria, disegno e architettura, volumi che non è infrequente reperire nelle biblioteche dei principali architetti romani dell’epoca51. L’inventario elenca infine gli strumenti del
me-stiere conservati presso la sua abitazione:
una scatola con dentro compassi toccalapis, squadre tiralinee e righe d’ottone diverse, un compasso d’ottone di palmi uno e mezzo, un istrumento mattematico d’ottone detto il radio latino, un altro istru-mento mattematico d’ottone con squadra zoppa e traguardi da li-vellare e levar piante, una scatola con dentro un altro istrumento di matematica di squadra da levar piante con sua bussola. Ciò induce a ritenere che Arcucci non fosse titolare di una bottega, ma che lavorasse presso la propria abitazione o presso la sede dei suoi committenti. “Romanus Architectus” era invece Francesco Pe-perelli, secondo la definizione riportata nel suo testamento52. La
sua morte va collocata nel 1642, in quanto all’anno precedente ri-salgono sia il suo rimpiazzo come architetto dell’ospedale del S. gia-como degli Incurabili di Roma sia la redazione del suo testamento. Legendre, giovanni Pietro Moraldi e Paolo Picchetti48.
Considerato successore del Borromini presso l’oratorio dei Filippini e nella fabbrica della chiesa di S. Maria in Agone, Camillo Arcucci ha lasciato ampie tracce di sé nella progettazione di edifici e facciate della Roma barocca49. La data della sua nascita è posta intorno agli
anni Venti del ’600 e la sua provenienza è Sigillo, nella diocesi di nocera in Umbria, dove si trovava la chiesa di S. Anna alla quale doveva essere talmente affezionato da destinarvi denari per il stauro delle pitture e degli stucchi “con memoria che sia stata re-staurata da me e con la mia arme”. notizie circa la sua attività scaturiscono da quelle relative a giuseppe Brusati Arcucci, che gli successe nel 1667 in qualità di architetto, sia presso il monastero di S. Maria in Campo Marzio sia alle dipendenze di alcuni importanti committenti, quali Cristina di Svezia e Orazio Spada. Durante il servizio presso le monache di Campo Marzio, insieme alle opere di manutenzione degli edifici urbani del monastero, la sua compe-tenza venne utilizzata anche per l’amministrazione dei beni rurali. Recano la data del 1643 i due rilievi dei casali di Torre Rossa e di Ponte di nona, che vennero successivamente utilizzati per realiz-zarne copie nel 1660 (429/12 e 430/17). Dieci anni dopo firmò la pianta di grottoni per la cappella dei SS. Quattro in S. Pietro che verrà poi riprodotta per la consegna all’Ufficio della Presidenza delle Strade (432/50). La sua morte avvenne fra il 4 e il 6 febbraio 1667, date rispettivamente del testamento e della sua apertura in presenza degli eredi, il figlio adottivo giuseppe Brusati Arcucci e la madre Caterina Petrelli50. La sua abitazione romana si trovava nel
11. Archivio di Stato di Roma, Presidenza delle Strade, Catasto Alessandrino, 429/21 Cavaliere.
il monastero di S. Caterina della Rosa, l’oratorio di S. girolamo della Carità, la congregazione di S. Silvestro in Capite, gli ospedali della Annunziata, della Consolazione e di S. giacomo degli Incu-rabili. Tra il 1625 e il 1641 la sua presenza è registrata spesso a Vel-letri, inizialmente incaricato dalla Sacra Congregazione del Buon governo come supervisore di conti e misure, in seguito per eseguire lavori idrici e stradali, infine con l’incarico di realizzare il disegno del palazzo Priorale, palazzo del quale egli fu definito inventoredal Barigioni in una relazione del 171455. Intorno agli anni ’20 si colloca
la sua attività di cartografo, su commissione della famiglia Peretti. La data del 1620 compare sulla pianta della proprietà di Torrim-pietra, successivamente inserita nella collezione del Catasto Ales-sandrino (428/28), mentre circa due anni prima dovette realizzare la carta del territorio di Mentana, anch’esso di proprietà della fa-miglia Peretti. Quest’ultima pianta, prodotta dal Peperelli in qualità di architetto del principe Peretti, si conserva nell’archivio dell’ospe-dale del S. giacomo insieme ad altre carte topografiche e rilievi di edifici, commissionatigli dallo stesso ente56. Analogo stile di estrema
precisione presenta la “Pianta e misura di tutte le tenute delli casali di Torrimpreda dell’Illustrissimo et Eccellentissimo Principe Pe-retti”, anch’essa disegnata su commissione del principe Peretti, al-lora proprietario della zona57.
L’attività di cartografo e agrimensore di entrambi gli architetti, Ca-millo Arcucci e Francesco Peperelli, risulta marginale rispetto a quella di costruttore. Caratteristica di un certo eclettismo tipico degli architetti romani seicenteschi, tale attività si giustifica nell’am-bito del legame che vincolava l’architetto al suo committente sia in qualità di vero e proprio dipendente – come nel caso degli enti ec-clesiastici – sia nel rapporto con appaltatori laici. Alle figure deli-neate, si può aggiungere quella di giuseppe Paglia, attivo a partire dal 1659 in lavori edilizi nei possessi di Roma, Palo, Bracciano, An-guillara, Trevignano e Fiano degli Orsini e, su incarico della stessa famiglia, nel 1660 autore delle piante delle tenute di Palo (428/21 e 22), Monte Maria (433/19) e Quarto di S. Sauro (433/27).
I ‘tipi’ individuabili dai segni distintivi delle piante. Dai ‘tipi’ alla bottega
Indipendentemente dalla firma dell’agrimensore, che come si è visto aveva l’esclusiva funzione formale di attribuire valore giuridico, e indipendentemente anche dal lavoro geometrico e dall’attendibi-lità della misurazione, l’insieme delle piante del Catasto Alessan-drino può ripartirsi in gruppi aventi in comune l’aspetto ultimo della carta. E’ proprio questo aspetto, conferito dall’originalità ar-tistica di una singola mano o da quella della bottega - che si esprime nell’esecuzione della rosa dei venti, della cornice, dei cippi di fine, della coloritura dei prati, dell’indicazione dei proprietari con-Infine, proprio a partire dal 1642 egli risultava sostituito anche
presso la famiglia dei committenti Santacroce e cala il silenzio su di lui nel cantiere del palazzo Del Bufalo ove egli era attivo53. A
di-spetto delle scarse notizie biografiche, la sua attività nella Roma sei-centesca fu varia e al servizio di numerosi committenti sia laici sia religiosi. Si occupò infatti di architettura civile e religiosa, di estimo, di misura e cartografia. La sua prima menzione, in un registro di Giustificazioni della basilica di S. Maria Maggiore risale al 1611 quando Peperelli intervenne come perito per firmare conti di mu-ratura e falegnameria54. Il periodo della sua produzione più intensa
12. Archivio di Stato di Roma, Presidenza delle Strade, Catasto Alessandrino, 433A/64 Falcognana, pianta firmata da Asdrubale Qualeatti realizzata con i caratteri stilistici di qualità del laboratorio di Eliseo Vannucci.
eseguito su pergamena la bella copia di una carta, misurata e trac-ciata in brutta da Adrubale Qualeatti. Inoltre, l’assenza di firma au-tografa induce a pensare che la pianta sia stata eseguita nella sua versione definitiva non dallo stesso Vannucci, ma da un disegnatore al servizio nella sua bottega.
Sempre prendendo spunto dalla bottega di Vannucci, è possibile ricostruire le tappe per la realizzazione di una pianta anteriormente alla sua consegna alla Presidenza delle Strade. La prima fase consi-steva nel rilievo sul terreno. Vannucci infatti riferiva “aver misurato” la tenuta di S. Ciriaco dei Capizucchi (432/64) e il suo intervento non si era limitato al solo disegno in pulito. nella bottega dell’agri-mensore romano dunque non sembra vi fosse estrema specializza-zione, ma flessibilità professionale. Questa flessibilità dei ruoli era giu stificata dal fatto che il lavoro di rilevamento fosse ne ces -sariamente lento. In primo luogo si misuravano le distanze con una catena agrimensoria di ferro, lunga poco meno di tredici metri, e si infiggevano alle estremità della catena due spilloni di ferro che ve-nivano via via spostati insieme alla catena. La misura veniva ripor-tata sulla minuta della carta mediante tavoletta pretoriana. gli angoli retti delle figure in cui veniva scomposto il terreno erano de-terminati con lo squadro agrimensorio, mentre il disegno finale si compiva a tavolino60. L’entità del lavoro giustificava, quando
possi-finanti - che porta a ricondurre i gruppi di piante a una matrice co-mune che si può definire, con Jean Coste, un ‘tipo’. Alcuni agri-mensori compaiono ripetutamente e risulta più facile determinare il segno distintivo attribuito alle proprie opere: fra i più produttivi si contano giusto Quaranta, Eliseo Vannucci, Marco Antonio Qualeatti, Francesco e Bernardino Calamo, Mario gentile, Carlo Antonio Paolini, Orazio Torriani, Asdrubale Qualeatti, Benedetto Drei, Antonio Borrella, ciascuno dei quali registra al suo attivo più di dieci carte rilevate o copiate. Fra i circa venti ‘tipi’ individuati da Coste, le piante del ‘tipo Borrella’, per esempio, sono caratterizzate dall’assenza di titolo, da una squadratura del foglio di modesto spes-sore color rosso, dalla legenda riquadrata in viola, dal colore bianco del fondo carta, dalla scala rappresentata da un semplice rettangolo, dalla campitura marrone degli edifici (figg. 7, 8)58. La caratteristica
forma geometrica dei fabbricati, per fare un altro esempio, indica con tutta probabilità una realizzazione a tavolino del disegno finale (fig. 9). Piante con simili criteri grafici dovettero quindi essere state realizzate, se non da parte di una medesima personalità, quanto meno in una stessa bottega, pur appartenendo i casali raffigurati a diversi proprietari. Va ricordato che la firma presente sulla pianta non corrisponde necessariamente a quella dell’esecutore materiale: l’essenziale era che la pianta presentasse la firma di un agrimensore dotato di patente.
Fra le principali mani legate alla realizzazione di piante per il Cata-sto Alessandrino vi sono quelle di Eliseo Vannucci. Le carte con elementi del ‘tipo Vannucci’ evidenziate da Jean Coste presentano un riquadro esterno largo da uno a due centimetri a tinta unica o marmorizzata con titolo cubitale esterno, il disegno dei fabbricati di tipo geometrico con sole linee rette, una scrittura “a stampatello, tremolante” con maiuscole regolari per i nomi dei proprietari con-finanti, per la scala in staioli, per il nome di Vannucci e per quello degli agrimensori suoi collaboratori59. L’analisi dei suoi lavori
bile, la realizzazione di più copie da uno stesso originale, copie che a partire dagli anni Sessanta del ’600 presero ad arricchire sempre più gli archivi patrimoniali degli enti proprietari e gli studi notarili. Anche se la firma del titolare della bottega Vannucci non compa-riva, in seguito alla misura sul terreno o grazie alla presenza di ori-ginali più antichi, attestati da una ricevuta datata, molte carte risultano essere completate, copiate o almeno confezionate con le caratteristiche stilistiche della sua mano, quindi presumibilmente all’interno della sua bottega (fig. 3). I nomi degli agrimensori che compaiono sulle carte in questione, testimoniano che presso la bot-tega di Eliseo Vannucci si appoggiavano altre figure, fra le quali so-prattutto quelle di Paolini, Pellicani, Cocciante, Cordiale, Marco Antonio Qualeatti e giusto Quaranta, in qualità di autori delle mi-sure o degli originali e quindi firmatari delle carte, ma non quali esecutori del disegno finale. All’interno della bottega convivevano dunque diverse figure professionali, distinte per ruolo e per espe-rienza, ma con funzioni fra loro intercambiabili. A ciascuna di que-ste si deve la realizzazione di specifiche parti della mappa. Le diverse competenze - quella di architetto, di misuratore, di
agri-mensore - potevano essere assunte, secondo le esigenze, da una me-desima figura professionale. Per esempio, Paolo Cordiale, che risulta attivo sino al 1625, si qualificava agrimensorenella pianta del Casa-letto di Aguzzano (429/19), misuratorein quella dell’Inviolatella a Marcigliano (431/7) e infine non utilizzava alcuna designazione in quella di Redicicoli (431/16). La tecnica del disegno cartografico e lo stile della grafia risultano differenti nei tre prodotti tanto da la-sciare dedurre la presenza di tre copisti diversi61. Asdrubale
Quale-atti si definiva misuratorenel 1643 nella pianta di Spedaletto poi copiata per l’Alessandrino (433/31), agrimensorenel 1649 quando firmò una modesta misura di erbe concesse in affitto nella tenuta di Torre Angela (430/22), infine misuratorein una carta senza data del casale Schizanello, che fu registrata il 27 febbraio 1660 presso l’Ufficio della Presidenza delle Strade (432/30). Per il Catasto Ales-sandrino, egli lavorò fra i mesi di marzo e aprile al servizio di diversi proprietari. Firmò in seguito alcune piante per i Muti62e quelle dei
casali Pietralata (429/10) e Falcognana (433A/64), piante che pre-sentano i caratteri stilistici di qualità del laboratorio di Eliseo Van-nucci (fig. 12). La sua mano più scadente si riconosce invece in una carta del casale Cerrone (430/23), analoga a quella di Torre Angela. Qualeatti, in conclusione, prima dell’Alessandrino fu autore in prima persona di alcune brutte copie con misurazioni mentre per la consegna alla Presidenza delle Strade affidò la confezione delle carte con la sua firma al laboratorio Vannucci63.
Per concludere, inquadrato all’interno di una corporazione, l’agri-mensore romano del ’600, sia che esercitasse anche la professione dell’architetto sia in caso contrario, svolgeva una serie di compiti ben precisi e distinti da quelli dell’architetto stesso, che implicavano la padronanza dei metodi di misura, del disegno e della stima dei terreni. Presso una bottega potevano essere attivi diversi agrimensori i quali, per ottimizzare il tempo e risparmiare denaro, si impegna-vano in modo flessibile nelle varie fasi del lavoro cartografico e in-dipendentemente dalla firma del prodotto finale. L’impostazione stilistica generale, determinata dalla personalità principale della bot-tega – nel caso analizzato, quella di Eliseo Vannucci – è riconoscibile anche nei prodotti che recano firme altrui.
Il territorio raffigurato e le sue dinamiche nella cartografia seicentesca dell’Agro Romano
Oggetto della rappresentazione nel 1660 erano le proprietà fondia-rie che occupavano interamente il territorio di pertinenza dell’Urbe, in modo compatto e continuo. Fu proprio in quegli anni che si andò fissando la definizione di Agro Romano per designare tale territorio, ancora oggi il più esteso dei territori comunali italiani. La stessa origine dell’Agro va ricercata nell’insieme delle tenute, a loro volta eredi dei casali medievali64.
13. G.B. Cingolani della Pergola, Topografia geometrica dell’Agro Romano, 1692(da A.P. FRUTAz1972, II, tav.
colturali duecentesche venne sostituita da un più monotono alter-narsi di seminativi e pascoli, interrotto solo da zone a bosco e pa-lude. Questi elementi del paesaggio agrario, punteggiati dai complessi edilizi dei casali e da altri manufatti come osterie, mu-lini, ponti, chiese rurali e qualche opificio, si ritrovano nell’Agro Romano cinquecentesco riprodotto sulla ben nota pianta di Eu-frosino della Volpaia. Le fonti cinquecentesche lasciano trasparire con tutta evidenza una netta distinzione fra la fascia suburbana – occupata da orti e vigne – e quella dei casali – dominata dalle più ampie proprietà a cerealicoltura e pascolo – grazie alla testimo-nianza proveniente dai registri delle Taxae Viarum,nei quali figu-rano annotati i riparti di tassa destinati al risarcimento delle strade urbane ed extraurbane.
Ma per una definizione topografica dell’Agro Romano, il fatto de-cisivo fu costituito proprio dall’impianto del Catasto Alessandrino nel 1660. Ciò che era compreso fra le mura urbane e le prime te-nute dell’Agro corrispondeva, ormai con geometrica precisione, alla fascia delle vigne del suburbio, mentre il terreno agricolo esteso fra questa fascia suburbana e i territori delle comunità era l’Agro Romano ripartito in casali. Questo assetto si fissò in forma defini-tiva nella già citata Topografia geometrica dell’Agro Romanodi gio-vanni Battista Cingolani, dell’anno 1692, carta che raffigura in una sorta di quadro di unione le tenute dell’Alessandrino (figg. 2 e 13). Essa evidenzia le fasce concentriche di occupazione del suolo a partire dalle mura di Roma - suburbio, Agro, territori delle co-munità - ciascuna caratterizzata da un proprio paesaggio agrario e da una diversa forma di proprietà. Da questo momento in poi l’Agro Romano con le sue tenute e i suoi ben precisi confini verrà raffigurato nella cartografia otto e novecentesca e sarà possibile se-guirne esattamente le dinamiche sino a quelle della moderna am-ministrazione comunale65.
Elenco degli agrimensori e architetti autori delle piante del Catasto Alessandrino
Agrimensore Piante dell’Alessandrino (ASR, Presi-d enza Presi-del l e Stra Presi-de, numero della pianta e nome della tenuta)
Andriani Domenico 433/54 Mazzalupo
Antonietti Ascanio 429/26 Sette Bassi, Marmoria, 431/5 Ponte Salaro, 431/29 Aguzzano, 431/38 Pietra Aura, 432/23 Pignotto e Vallera-nello, 432/27 La Selce
Antonucci Marco 431/31 San Basilio
Appiano Ludovico 432/22 Petronella, 432/56 Cesariano Arcangeli Fra’ giacinto 433A/10 San giovanni in Campo Arcucci Camillo 429/12 Torre Rossa, 430/17 Ponte di
nona, 432/50 grottoni
Bambocci Francesco Maria 431/3 Settebagni, 432/73 Trigoria, 433A/43 Tor Carbone
Belenzona giovanni 428/27 Tragliata, 432/8 Campo Selva
Bonfante Lazzaro 432/26 Radicelli
Borrella Antonio 428/16 Pedica, 432/13 Isola di Santa Broccola, 432/52 Ostia, 433A/14 Tor di Mezza Via e Berbonara, 433A/24 Mon-tagnano, 433A/40 Casalotto e Vigna, 433bis/21 Brava e Maschietto, 433bis/31 Massimilla, 433bis/39 Pedica detta dei Quaranta, 433bis/42 La Torretta Calamo Bernardino 431/5 Ponte Salaro (già di Ascanio
Anto-nietti)
Calamo Bernardino 429/6 Castell’Arcione, 429/26 Sette Bassi, Marmoria, 429/27 Castella, 430/15 Cervaretto, 431/11 Torre Serpen-tana, 431/29 Aguzzano, 431/34 Boccone, 431/50 Casale In Fiscale, 432/9 Casta-gnola, Rio Torto, 432/12 gogna e San-t’Appetito, 432/23 Pignotto e Valleranello, 432/27 La Selce, 432/28 Santa Lorenza, 432/33 Salsara, 432/37 Torre di Santa Maria e Vallerano, 432/46 Dragone, 432/66 La Santola e Castel Ro-mano, 432/72 Trefusina, 433/36 Vacca-reccia, 433/66 Valle Troia, Le grete,
433A/6 Casetta, 433A/55 Cicognola Vecchia, 433A/56 Carrocceto, 433A/59 Vallelata
Calamo Francesco 428/17 Casale o Pedica della Morte, 428/24 Santa Rufina, 428/30 Testa di Lepre, 429/25 Morena, 429/26 Sette Bassi, Marmoria, 429/33 Sant’Andrea, 430/4 Torre nova, Tor Vergata, 430/14 Pinzoni, 430/19 Acqua Bulicante, 431/27 Capitignano, 432/28 Santa Lo-renza, 432/29 Santa LoLo-renza, 432/56 Ce-sariano, 432/63 Spinaceto, 432/71 Trefusa, 432/72 Trefusina, 432/74 Val-chetta e Tor di Valle, 433/2 e 433/3 Spez-zamazza, 433/9 Castelluccia, 433/49 Castelluccia, 433A/11 Tor Marancia, 433A/38 Caffarella, 433A/48 Valle Caia, 433A/49 Capo di Bove, 433A/50 Capo di Bove, 433A/56 Carrocceto, 433A/57 Pedica detta la Maddalena, 433bis/2 Capo di Ferro e Pisciarello, 433bis/7 Due Torri, 433bis/9 Pedica detta Monte delle Piche, 433bis/12 Ponte galera, 433bis/14 Prati di Tor Carbone, 433bis/22 Bottacchia, 433bis/23 Villa Bel Respiro, 433bis/27 Santa Cecilia e Pantanelle, 433bis/34 Pedica della Ma-glianella, 433bis/36 Maschietto, 433bis/38 La Pisana, 433bis/41 Selce Castelli Domenico 429/38 grottaferrata, 433A/6 Casetta
Celebrato gaspare 429/14 Pratolongo
Cocciante Antonio 428/4 Quarto di Campo di Mare, 428/20 Monte Abbatone, Maddalena, 428/25 Villa del Sasso, 433/48 San Cor-nelio
Cocciante Battista 433/13 Isola, 433/48 San Cornelio Contini Francesco 428/15 Santa Marinella, 429/7 Marco
Si-mone, 430/24 Corcollo, 431/17 Marci-gliano, Torre Madonna, 433/51 Castel giuliano, 433A/36 Campo Leone
Cordiale Orazio 430/31 Lunghezza e Lunghezzina,
432/34 Santa Broccola, 432/70
leto, Quarto del Casale, 433/61 Pigneto, 433bis/10 Muratella, 433bis/16 Pedica di Torre Carbone, 433bis/28 Castel Mal-nome
Cordiale Paolo 431/12 Casaletto Fiscale (con nicolò Tor-riani)
Cordiale Paolo 428/12 senza nome, 429/19 Casaletto d’Aguzzano, 430/10 Quadraro, 431/7 In-violatella, 431/16 Radicicoli, 431/37 San-t’Agata, 431/44 Saccoccia, 433/6 Buon Ricovero, 433/24 Prima Porta e Frassi-neto
Cordiale Ridolfo 431/52 Prati del Fiscale Del grande Antonio 430/6 Casetta di Casa Calda
Della greca Vincenzo 429/8 Sant’Angelo in Valarcese, 429/34 Tor di Mezza Via di Frascati, 432/2 Acqua Acetosa, 433A/21 San Cesario, 433bis/40 Selce
Domenici Baldassarre detto Morrone 429/9 grotta di gregna o Casal Bruciato, 432/15 Mandria e Mandriola, 432/28 Santa Lorenza, 432/45 Dragon-cello, 432/57 Prati, 433/11 Cornazzano, 433A/56 Carrocceto
Drei Benedetto 428/2 Boccea e Bocceola, 428/13 Mi-moli, 428/27 Tragliata, 428/29 Torrevec-chia e Primavalle, 429/11 Monastero Colonnello, 431/4 Castel giubileo, 432/26 Radicelli, 433/16 Malborghetto, 433/26 Pietra Pertusa, 433/29 La Sepol-tura, 433/36 Vaccareccia, 433/39 Valca e Valchetta, 433/44 Sant’Agata, 433/50 Civitella, 433/54 Mazzalupo, 433/55 Marmo, 433/59 Palmarola, 433/60 Prati, 433/66 Valle Troia, Le grete, 433A/28 Presciano, 433A/30 Crelia, 433A/33 Casal Prefetto, 433A/35 San gennaro, 433A/45 Tor Maggiore, Solforata, 433bis/13 Porto
Ferrarelli Domenico 432/4 Buon Riposo, 432/6 Campo di Carne, 432/24 Piani di Frassi
Ferrera Antonio 432/3 Banditella
galassi Marco Antonio 432/34 Santa Broccola, 433bis/20 Bravi
gentile Atanasio 428/10 Cento Corbi e Monte Tosto,
430/11 Saloncino, 432/1 Badia di Tre Fontane, 432/42 Capocotta e Quartic-ciolo, 433/45 Sant’Ansino, 433A/7 San-t’Alessio, 433A/54 Priorato
gentile Mario 428/9 Castiglione di sopra, 428/15 Santa Marinella, 430/20 Sapienza, 431/17 Mar-cigliano, Torre Madonna, 431/19 Ciam-piglia, 431/43 Capobianco, 432/18 Monte Migliore grande, 432/19 Monte Migliore Piccolo, 432/59 Petronella, 433/23 Santa Caterina, Polline, 433/43 Acquaviva, 433/45 Sant’Ansino, 433/53 Lucchina, Mazzalupo, 433/57 San ni-cola, Santa Croce, 433A/25 Falcognano, 433A/44 Torricella, 433A/46 Valle Oliva, 433A/52 Torricola
giorgi Francesco 433/37 Violatella
gritti Bartolomeo 433A/19 Fioranello, 433A/45 Tor Mag-giore, Solforata
Landi girolamo 433A/28 Presciano, 433A/33 Casal Pre-fetto
Legendre Domenico 430/11 Saloncino, 431/11 Torre Serpen-tana, 432/1 Badia di Tre Fontane, 432/3 Banditella, 432/46 Dragone, 432/59 Pe-tronella, 433/45 Sant’Ansino, 433A/44 Torricella, 433A/46 Valle Oliva, 433A/54 Priorato, 433bis/28 Castel Mal-nome
Marucelli girolamo 428/12 senza nome, 429/41 Marmorella Mattei Innocenzo 428/30 Testa di Lepre di sopra e di sotto, 429/14 Pratolongo, 430/3 Torre San giovanni, 433/30 Scurano
Mattei Michele 429/14 Pratolongo
Monanni Monanno 428/10 Centocorbi e Monte Tosto, 432/17 Magione e Magionetta, 433A/16 Falcognano Vecchio, 433A/26 Falco-gnano nuovo
Moraldi giovanni Pietro 429/12 Torre Rossa, 430/17 Ponte di nona
Paolini da Leonessa Carlo Antonio 428/14 Monterone, 430/21 Sant’Anastasia, 431/14 Monti e Prati Fi-scali, 431/15 Santa Colomba, 431/35 Prato in Ponte Lamentano, 431/47 Fonte di Papa, 432/16 Monte di Leva, 432/20 Pedica Pisciamosto, 432/43 Campo Asco-lano, 432/44 Dragoncella, 433/46 Bor-ghetto, 433A/47 Travicella, 433A/53 Casal Rotondo, 433bis/11 Prati in Torre Carbone, 433bis/25 Cortecchia, 433bis/30 Fontignano, 433bis/35 Mac-carese
Paradiso Marco 429/40 Colleferro
Pellicani Livio 433/48 San Cornelio
Pellicani Ulisse 428/3 Castel di guido, 428/5 Centrone, 428/18 Palidoro, 428/19 Porcareccio, 428/26 Santa Severa, 433/47 Campitello e Campitellino, 433/52 Inzuccherata Peperelli Francesco 428/28 Torrimpietra
Petrucci Agostino 433A/55 Cicognola vecchia
Picchetti Paolo 429/38 grottaferrata, 430/29 Castello di San Venturino, 431/8 Quarto di Val Me-laina, 431/10 Ponte Salaro, 431/37 Sant’Agata, 431/38 Pietra Aura, 433/12 galera, 433/25 Precoio novo e Casale delle grotte, 433A/23 Palombaro
Pietra giovanni Pietro 433A/6 Casetta
Pioselli Marco Antonio 430/9 Santa Croce, 432/36 Tre Fontane, 432/61 Palocco, 432/66 La Santola e Ca-stel Romano, 432/75 Valchetta, 433bis/32 Massa alias gallesina, 433bis/37 Pedica della Maglianella Pomice Paolo 433bis/5 Campo Salino detto Le Salsare Qualeatti Asdrubale 429/10 Pietralata, 429/18 Sant’Anastasia, 430/22 Torre Angela, 430/23 Cerrone, 431/18 Radicicoli, 431/48 Bocconcino, 432/21 Morrone, La Perna, 432/30 Schizzanello, 432/32 Solforatella, 432/38 Vallerano, 432/60 Porcigliano, 433/9 Ca-stelluccia, 433/31 Spedaletto, 433A/64 Falcognana, 433bis/3 Campo di Merlo
Qualeatti Carlo 433/20 Martignano
Qualeatti Marco Antonio 428/28 Centocorbi, Pozzali, 429/5
Forno, 429/31 Arco Travertino, 429/36 Torre Spaccata, Quadrato, 430/5 Carca-ricola, 430/8 Tor Vergata, 430/9 Santa Croce, 430/12 Quarticciolo, 430/13 Sa-lone, 431/30 Sacco Pastore, 431/32 Casal dei Pazzi, 431/36 Casaletto d’Aste, 432/39 Vallerano, 432/47 Decima, Campo Bufalaro, 432/55 Mostacciano, 432/62 Tor di Valle, 432/65 La Spagno-letta, 433/5 Bosco di Baccano, 433/7 Crescenzia, 433/50 Civitella, 433A/9 Sel-cia, 433A/13 Maranella, 433A/18 Casal giudio e Torre di Sasso, 433A/20 Santa Anastasia, 433A/27 Pedica di Crelia, 433A/39 Castel di Leva, 433A/41 Torre Tignosa, 433A/51 San gennaro, 433A/58 Palazzo Margano, 433A/61 Torre del Bruno, 433A/62 Pedica, 433/63 Fiorano, Fioranello, 433bis/1 Campo Salino, 433bis/4 Prati e Monti di Campo Merlo, 433bis/6 Casetta, 433bis/24 Castel Malnome, 433bis/33 Maglianella
Quaranta giovanni Santi 428/6 Castel Campanile, 429/30 Bar-buta, 429/35 Torrecchia, 431/21 Casale della Donna, 431/22 Torricella, 432/41 Campo Ascolano, 433/64 Stracciacappa, 433A/31 Carrocceto, 433A/37 Cornac-chiola, 433A/59 Vallelata, 433A/60 Pe-scarella, 433bis/8 Magliana
Acquatra-versa e Incoronata, 433/8 Cornazzanello, 433/14 Inviolatella, 433/15 Inviolata, 433/16 Malborghetto, 433/21 Morolo, 433/26 Pietra Pertusa, 433/34 Torre di Quinto, 433/35 Torre Spaccata, 433/42 Sant’Andrea, 433/58 Porcareccina, 433/62 La Polzella, 433A/8 Campo Morto, 433A/12 Tufella, 433A/32 San gennaro, 433A/42 Cicognola
Quatrara giovanni 433/30 Scurano, 433bis/26 Castel Mal-nome
Rampano girolamo 429/16 Casa Rossa, 429/20 Torre Ma-storda, 431/28 Pilo Rotto e Monte del Sorbo
Righi Francesco 429/39 Torricchiola
Rocchi (de Rocchis) Prospero 433A/35 San gennaro
Stanchi Filippo 433/65 Ripalta
Tarabarella da Frascati Francesco429/28 Pedica della Posicola, 429/37 San Matteo
Tomai da Rignano Tommaso 433/38 Verzano
Toro Bernardino 433A/21 San Cesario
Toro Ortensio 430/30 Cervaro, 433/11 Cornazzano
Torriani Francesco 432/72 Trefusina, 433A/15 Castelluccia, 433bis/13 Porto
Torriani nicolò 431/12 Casaletto Fiscale (con Paolo Cor-diale), 433bis/40 Selce
Torriani Orazio 428/13 Mimoli, 428/29 Torrevecchia e Primavalle, 429/8 Sant’Angelo in Valar-cese, 429/9 grotta di gregna o Casal Bruciato, 432/15 Mandria e Mandriola, 432/26 Radicelli, 432/45 Dragoncello, 432/57 Prati, 433/29 La Sepoltura, 433/39 Valca e Valchetta, 433/44
San-t’Agata, 433/55 Marmo, 433/59 Palma-rola
Trombetta Ottavio 429/41 Marmorella
Valperga Benedetto 433A/56 Carrocceto
Valperga Bernardino 432/10 Casalazzara, 432/25 Castel di Pra-tica, 433A/56 Carrocceto
Valperga girolamo 432/33 Salsara
Vannucci Eliseo 428/1 Acqua Fredda, 428/11 Carlotta, 428/23 Selva della Rocca, 429/4 Pietra-lata, 429/15 PietraPietra-lata, 429/21 Cavaliere, 430/7 Pedica, 430/16 Castiglione, 430/25 Torre Angela, 430/26 Bocca-lione, 430/27 BoccaBocca-lione, 430/28 Tor Tre Teste, 431/26 Ferronia, 431/41 Ca-salvecchio, 431/45 Casanova, 431/46 Ce-sarina, 432/4 Buon Riposo, 432/6 Campo di Carne, 432/7 Mandria, 432/8 Campo Selva, 432/9 Castagnola, Rio Torto, 432/11 Focignano, 432/12 gogna e Sant’Appetito, 432/24 Pian di Frassi, 432/35 Santa Broccola, 432/48 Fossole, 432/49 grottone, 432/51 grotta Per-fetta, 432/53 Infermaria, 432/54 Mala-fede, 432/58 Pernuzza, 432/64 San Ciriaco, 432/67 Tor di Valle, 432/68 Tor di Cenci, 432/69 Tor di Valle, 433/1 Ac-quasona e Cacciarella, 433/10 Casaccia, 433/17 Monte Olivieri, 433/18 Monte del Forno, 433/22 Ospedaletto, 433/28 Pino, 433/32 Torricella, 433/33 Tor Ver-gata, 433/56 Santa Maria in Celsano, 433/63 Riccia, 433A/17 Statuario, 433A/22 Magri, 433A/34 Cerqueto, 433bis/15 Torre Bufalara, 433bis/29 San Cosimato