ISTRUZIONI
DELLAGrafiche Antiga spa Crocetta del Montello (TV)
© 2011 Officina Topografica Arzignano (Vicenza)
INCARICATI DELLA MISURA DEI TERRENI E FORMAZIONE DELLE MAPPE E DEI SOMMARIONI,
IN ESECUZIONE DEL R. DECRETO 13 APRILE 1807
Ristampa anastatica dell’edizione 1811 a cura di Mario Repele,
Massimo Rossi ed Eurigio Tonetti
ISTRUZIONI
DELLA
DIREZIONE CENTRALE DEL CENSO
vamo all’oscuro che già a fine Settecento questo era stato adot-tato dal padovano Rizzi Zannoni per descrivere la struttura tecnica, da lui diretta, impegnata nella redazione della carto-grafia del Regno delle Due Sicilie. Il nostro è sicuramente un impegno meno ambizioso, volto ora al recupero di tutte quelle forme di cartografia e topografia antica presenti negli archivi esistenti nelle nostre terre grazie alla straordinaria produzione avvenuta nei secoli; patrimonio che attende ora di essere letto non solo dagli storici di mestiere ma anche da chi, in effetti, ne può essere ancora l’utente finale. È un lascito del passato che meglio ci può far rispondere alle domande del presente, una memoria di competenze, gesti e usi, che deve essere sempre più parte integrante della nostra biblioteca. La padronanza e la conoscenza degli strumenti più moderni siano questi le norme, la documentazione e le metodologie di misura, non sarà mai sufficiente per considerarci professionisti compiuti se a queste non si avrà il coraggio e la capacità di affiancare un sapere che affermi la nostra piena titolarità in questo campo. Questo è quanto le Istruzioni ci trasmettono e qui, ogni giorno, torniamo a “travagliare in campagna e al tavolo”.
Mario Repele per Officina Topografica1
Memoria/Biblioteca.
Le Istruzioni lette duecento anni dopo
Mario Repele . . . 9
Il nume dei geometri censuari
Massimo Rossi . . . 21
Le Istruzioni per i geometri e le operazioni in campagna
Eurigio Tonetti . . . 31
Il processo catastale. Cronologia
a cura di Massimo Rossi . . . 49
Nota al testo
a cura di Eurigio Tonetti. . . 53
Il decreto napoleonico 13 aprile 1807
e le “Regole” annesse . . . 87
Istruzioni della Direzione Centrale
Lo sviluppo che la figura del topografo ha vissuto, per co-noscenze e competenze, rincorrendo un sempre più stretto connubio tra quantità dei dati trattati e qualità dei risultati ottenuti, ha prodotto, come effetto non secondario, il conti-nuo aumentare della massiccia documentazione disponibile. Documenti che non esauriscono la propria funzione al mo-mento dello specifico utilizzo per cui sono stati realizzati, ma costituiscono il punto di partenza per ogni successiva opera di aggiornamento. Conoscere i principi di formazione e il suc-cedersi degli stati intermedi si dimostra, giorno dopo giorno, sempre più indispensabile per chi intende impegnarsi in que-sto campo. Quante volte ci siamo sentiti impotenti nell’indivi-duare le giuste informazioni per proseguire nel nostro lavoro? Quante volte le interpretazioni date si sono dimostrate incom-plete solo perché non abbiamo saputo dare il giusto tempo alla ricerca e alla lettura dei documenti utilizzabili?
Parte di questa incompiutezza si può ricercare anche nel per-corso di studio seguito e di come, il più delle volte, la scuola non sappia fornire gli strumenti per affrontare la lettura e la comprensione del passato lasciando il tecnico unico interprete di un metodo di ricerca fai da te. È inevitabile, senza la memo-ria costudita della stomemo-ria, trovarsi inadeguati nelle risposte e vanificare ogni sforzo, perché la ricerca non ha saputo conclu-dere il proprio compito. Queste pagine non hanno la pretesa di colmare questa lacuna, né affrontano una ricerca archivi-stica troppo ampia, vogliono invece raccogliere e ordinare al-A Uberto, Geometra da sessant’anni,
padre affettuoso nella vita e maestro nel lavoro MEMORIA/BIBLIOTECA.
LE ISTRUZIONI LETTE DUECENTO ANNI DOPO
cuni spunti di riflessione per contribuire allo sviluppo di un pensiero che trovi, in un nuovo “rinascimento” d’interessi, i fondamentali per riprendere consuetudine con questo com-plesso di memorie. L’invito è rivolto a tutti: ai più giovani, che potranno in questo trovare diverse opportunità di crescita e ai meno giovani che ponendo a disposizione il proprio sapere, senza il velo d’inopportune gelosie, potranno assicurarne la giusta continuità.
Essere topografo, anzi un topografo catastale, significa acqui-sire la padronanza di molteplici conoscenze e tra queste quel-la del passato non è minore rispetto alle altre, per quanto può trasmettere. Parallelamente, nel caso dei sistemi topografici catastali come oggi sono intesi, il percorso da riscoprire non è molto lungo e il contenuto delle Istruzioni ci sarà familiare perché qui ha preso avvio la storia moderna della nostra pro-fessione, spinta in questo senso da un nuovo illuminato inten-dere. Napoleone Bonaparte, durante il cui regno sono state emanate queste istruzioni, nel discorso tenuto in occasione della propria incoronazione a Re d’Italia, ne fa espresso rife-rimento: “Il cadastro esistente è pieno di imperfezioni che si manifestano tutti i giorni. Per recarvi rimedio vincerò quegli ostacoli che oppone a siffatte operazioni molto più l’interesse personale, che non la natura delle cose. Non dispero per altro di giungere a dei risultati tali che facciano evitare l’inconve-niente di accrescere un’imposta fino a quel punto a cui deve arrivare”.
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mercantili riunendo il tutto nelle Nozioni generali territoriali e Nozioni agrarie di dettaglio1. Indicazioni ancora tutte disponibili e in parte inesplorate, il cui studio, messo in relazione con la padronanza dello strumento cartografico, potrebbe d’un trat-to dimostrarsi non solo irrinunciabile mezzo di conoscenza ma, anche, opportunità da non escludere dai nostri obiettivi professionali.
Per riannodare i legami tra i rami di questo sapere la lettura delle Istruzioni (essenziale guida operativa fin dalle dimensio-ni fisiche del volume, mantenute in questa edizione), in cui ri-troviamo tutti gli aspetti che meglio identificano il geometra/ topografo, si rivela, pagina dopo pagina, indispensabile. Per quanto il progredire delle tecnologie abbia consentito a que-sta professione il fine ultimo non è mai cambiato: osservare un territorio, raccogliere, interpretandoli, i segni impressi dal tempo e dall’opera dell’uomo, misurare e trascrivere, con un segno sulla carta e un’annotazione sul registro, ogni luogo. Negli ultimi tempi abbiamo invece tutti forse commesso l’er-rore di affidare in via esclusiva alla tecnologia il compito di dare le risposte a ogni nostro interrogativo, convincendoci che ogni risultato ottenuto sia per questo, e solo per questo, corretto e indiscutibile. Ma la realtà è diversa e la capacità di lavorare con numeri, formule e simboli non deve farci sentire titolari di un sapere riservato a pochi, i cui riti, più sono oscu-ri, più conferiscono prestigio. È invece fondamentale essere consapevoli di quanto il credito di fiducia riposto nelle nostre azioni possa trovare conferma quanto più le stesse saranno fruibili da una platea sempre più ampia. Riconsiderare i risul-tati, porre in discussione le proprie convinzioni, non è segno di debolezza, semmai di forza, di capacità di analisi e di co-raggio: all’opposto del cannocchiale ci deve sempre essere un tecnico preparato, capace di correggere e rettificare la mira su quanto osservato. Se tutto ciò non avverrà il pericolo di
sformare il geometra/topografo in altro da ciò che dovrebbe essere sarà ineludibile. La topografia è la descrizione di un territorio condivisa con la convinzione che non sarà mai rea-lizzata la cartografia perfetta. Non esiste migliore ed esaustiva rappresentazione del territorio che non sia il territorio stes-so; ogni documento topo-cartografico deve saper convivere con questa realtà e tentare di rappresentare al meglio ciò che è richiesto conoscere, il tecnico, in una lettura la più corretta possibile, ne deve essere, aiutato dalla propria preparazione, l’attento meditatore.
Chi voglia adottare questo intendere non deve limitarsi ad attraversare il territorio, ma interpretarlo in ogni aspetto. Si-gnificando ciò come ogni campagna di rilievo, ogni indagine, non debba limitarsi a una superficiale descrizione ma saperne cogliere ogni aspetto in una raccolta d’indizi che, solo se com-pleta, ordinata e interpretata, può assicurare le giuste rispo-ste. Considerare l’andamento delle coltivazioni, la presenza di opere idrauliche, le evidenze di un’erosione o le linee di frat-tura del terreno, la toponomastica annotata sui fogli di map-pa o tramessa oralmente da chi quei luoghi li vive, sono tutti elementi essenziali per comprendere le trasformazioni subite dall’ambiente. Dobbiamo solo farlo più spesso, sempre, con il coraggio della curiosità che non ci può mai mancare.
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territoriale, l’analisi e la ricomposizione di realtà sociali ed economiche disperse, il recupero di un edificio minore che può non avere segnato la storia. E chi, meglio di chi ha contri-buito alla realizzazione di questi strumenti, il geometra/topo-grafo, può assicurarne la cura sapiente e, perché no, amorosa? La nostra professione non può, coscientemente, rinunciare a questo; chi vorrà e saprà utilizzare tutti gli avvenimenti che ne hanno scritto la storia avrà a disposizione i mezzi per dare al proprio impegno la possibilità di essere una buona opera tecnica.
All’interno delle Istruzioni si rinveniranno a fatica riferimenti alla metodologia del rilievo: l’organizzazione dei tecnici di-scende direttamente da altre già collaudate e l’uso degli stru-menti di misura, la tavola pretoriana, è consolidato da tem-po, mentre grande attenzione è riservata agli aspetti, grafici e testuali, per redigere una documentazione precisa e pronta a raccogliere ogni mutamento. Chi ha potuto addentrarsi nel-la storia delnel-la Topographisch-geometrische Kriegskarte von dem Herzogtum Venedig2, di poco precedente alle Istruzioni, accom-pagnato dagli studi di Massimo Rossi, non può evitare di ri-trovarvi, sebbene le finalità siano evidentemente diverse, lo stesso rigore, le medesime qualità e quantità di nozioni. Qui la struttura dell’organizzazione militare e la programmazio-ne assumono valore assoluto, la scelta delle rappresentazio-ni e la scala adottata sono diverse da quelle a noi famigliari, la carta è un risultato topografico-geometrico (la diversità è sostanziale: il primo termine assicura la precisione geodeti-ca, nel secondo assume valore la descrizione dei particolari) a uso militare, ma il territorio da rilevare rimane lo stesso nella morfologia, negli impedimenti, nella sostanza. Rossi ricorda un’affermazione di Karl von Clausewitz secondo il quale “tra una cartografia e il suo lettore s’instaura una relazione empa-tica capace di favorire la costruzione di un’immagine interiore
del territorio, per cogliere il senso del luogo”. Una descrizione dettata da un uomo di guerra, che però fissa, non solo il senso del luogo, ma anche quello di una missione a noi ben nota. Un metodo, quello descritto nelle Istruzioni, che non possia-mo ritenere sia sempre stato adottato in eguale misura. Gli esempi non mancano e in qualche caso, la rappresentazione di alcuni interni di edifici e la disposizione dei giardini di ville e palazzi, espressamente vietate, pena il mancato pagamen-to, appaiono più come licenze concesse a cartografi legati a una scuola di antico regime, che la disattesa osservanza delle norme prescritte. Licenza cui anche il soldato von Zach, come ricorda ancora Rossi in L’Officina della Kriegskarte3, non seppe
rinunciare individuando un edificio con il toponimo “Chimi-neli” in omaggio alla casa di Vincenzo Chiminello, astronomo vicentino responsabile dell’Osservatorio di Padova, artefice della determinazione del meridiano ivi passante e base di ogni altra successiva misura.
Quando questo non è avvenuto, l’uniforme qualità degli ela-borati deve farci comprendere come il geometra sia riuscito, ricercando le soluzioni migliori, a mediare e ricondurre tutto entro i limiti fissati dalle norme. Questa è la caratteristica che meglio fa intendere cosa sia, o a cosa dovrebbe tendere ad es-sere, un buon geometra: artigiano nel proprio lavoro.
Il geometra/topografo è sempre stato, fin dall’inizio, l’ar-tigiano del proprio sapere, capace di progettarsi e costruir-si in bottega gli strumenti del proprio lavorare, adattandosi alla realtà, perfezionando le tecniche e i metodi, mantenendo inalterata la qualità. Bottega artigiana, anche se preferisco la più attenta menzione di studio artigiano, perché è qui, e non in altro luogo, che la precisione e l’attenzione dei particolari possono trovare l’ambiente e le abilità necessarie perché ciò maturi. È in questo ambiente che si trova il terreno più fertile per dar modo alle energie di svilupparsi, trovando
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ve sempre nuove, lungo il solco di una tradizione. Di questo, nel nostro campo, è andato smarrito il significato, giungendo alla convinzione che ogni documento oggi utilizzato sia il pro-dotto di una tecnica comunque possibile anche senza l’impe-gno del geometra e negando, come la lettura delle Istruzioni invece dimostrerà, come tutto sia la naturale eredità di chi ci ha preceduto, e quanto sia storia e fondamento della nostra professione.
Rivalutare questo lascito e la lungimiranza delle organizza-zioni (la francese, l’austriaca e l’italiana) capaci di dare con-tinuità alle operazioni di misura, proseguendo l’azione con la stessa organizzazione, gli stessi organici, le stesse regole, sovrapponendo i risultati in un unico progetto, può farci com-prendere come sia improduttivo, se non nocivo, escludere il passato dalle nostre conoscenze e dalle opportunità che si vogliono riservare al progresso della nostra professione. Nel dare attenzione a quanto le Istruzioni ci trasmettono si può tornare all’ascolto di quanto il territorio, sia questo uno spazio libero o una città, può narrare solo vi si voglia accordare un po’ di attenzione. Prestando cura al passato, le possibilità per recuperarne la memoria saranno maggiori e questo aiuterà a comprenderne più compiutamente la sostanza, fornendo i mezzi senza i quali ogni sua interpretazione non può avere il successo sperato. Perché questo avvenga è opportuno rior-dinare ogni vincolo storico, evitando il pericolo di utilizzare ogni singola informazione disgiunta dal complesso di norme e operazioni che ne hanno consentito la genesi.
Continuità che ritroviamo in Angelo Messedaglia, (Villafran-ca Veronese 1820 - Roma 1901), e nella legge 1 marzo 1886, che porta il suo nome e da cui prende avvio la formazione del catasto unitario, geometrico particellare. È evidente come e quanto abbia influito, nello sviluppo della formazione cultu-rale del Messedaglia, la natucultu-rale familiarità, per comune ori-gine storica e geografica, con queste Istruzioni e con i principi del catasto austriaco tanto da salvaguardarle, speculativa-mente e intelligentespeculativa-mente, utilizzandone gli aspetti migliori perché ritenuti moderni, razionali e utili. Luigi Einaudi, ri-cordando la discussione parlamentare avvenuta in occasione dell’approvazione di questa legge, pose giustamente l’accento su come questa s’ispirasse al pensiero dei “sapienti economi-sti settecenteschi” e quindi, di riflesso, al catastodelle nostre Istruzioni.
Il corretto utilizzo dello stadio finale di tutto ciò, il nostro stru-mento di lavoro, non può avvenire senza considerare queste premesse e queste conoscenze. La cartografia d’impianto è la matrice su cui si è sviluppata quella di visura, proponendo in alcuni casi in toto quanto realizzato durante la dominazione austriaca, la sovrapposizione, anche fisica, dei fogli dimostra, ancor più, quanto esista una continuità mai interrotta, anche negli aspetti minori, tra un documento e l’altro. A conferma dell’esattezza delle informazioni allora riportate, alcune cam-pagne di studio condotte alla ricerca sul terreno di particola-ri ormai presenti solo nei fogli d’impianto: utilizzando in ciò la cartografia austriaca, porzioni di territorio profondamente trasformate hanno comunque restituito impronte inequivoca-bilmente riconducibili al passato fin nel più piccolo particola-re rappparticola-resentabile alla scala utilizzata.
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venuto, di costituire un catasto probatorio, poi non realizza-to. È anche il racconto di un mestiere che non si può inizia-re se si disconosce il significato della fatica di un impegno. Il geometra di oggi deve riscoprire e riaffermare il senso del proprio lavoro pretendendo il riconoscimento della propria professionalità, in relazione ad una lunga tradizione storica. Il geometra misura, traccia, calcola, quantifica e classifica ogni porzione distinta del territorio. Quando saremo certi di avere percorso ogni linea e ogni curva e risolto ogni dubbio, solo allora potremo ritenere concluso il nostro lavoro nel migliore dei modi.
I ferri del mestiere, a distanza di anni, sono sempre gli stessi: solo l’antenna del gps ha sostituito la tavola pretoriana, ma le matite, le righe, i fogli e i metodi di calcolo sono di ieri, come di oggi, in una solida continuità. A questo punto ogni informazione raccolta, qualunque possa essere la sua natura, si dimostrerà fondamentale nel risolvere i quesiti, che sono la migliore palestra del nostro successo, perché impongono nella risposta una mente allenata. Senza dubbi e curiosità da soddisfare, non possiamo avere la pretesa e la sicurezza di in-crociare la giusta via di questo percorso; apprendere, con la mente e gli occhi, è una capacità che dobbiamo sentire sempre più indispensabile.
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Per tornare brevemente alle licenze adottate nella stesura del-le mappe vogliamo riportare il particolare, posto in un Foglio d’Avviso conservato presso la Sezione di Archivio di Stato di Bassano del Grappa, inserito alla base dell’ago indicatore4. L’originale, conosciuto grazie alle ricerche del professor An-gelo Chemin e di Lucia Marta Fiorita, ha un diametro di 11 mm e rappresenta sicuramente la faccia della Luna: la presen-za dell’evidente falce d’ombra aiuta, assieme alle note riporta-te sul foglio, a confermare l’osservazione nell’estariporta-te del 1810.
4. Sezione di Archivio di Stato di Bassano, Catasto napoleonico,
La pubblicazione di questo libretto consente una interessante opportunità per riflettere su alcune questioni che emergono ad una più attenta lettura. Ciò che apparentemente sembra solo un articolato elenco di istruzioni, di comportamenti da adottare per risolvere al meglio un compito di natura tecnica, in realtà si rivela un testo denso di sfaccettature per nulla ov-vie e in grado di aprire, a più riprese, sguardi su un mondo in rapido cambiamento, quello tra Ancien Régime e la stagione rivoluzionaria e napoleonica.
L’edizione che qui proponiamo è quella del 1811, sostanzial-mente ripresa nel 1819, ma anticipata da una princeps nel 1810; ed è proprio il confronto con quest’ultima ad attivare una ri-visitazione critica. Oltre all’evidente scarto cronologico di do-dici mesi - la prima pubblicata il 31 marzo 1810, la seconda il 1º aprile 1811 - l’anno trascorso riflette un intenso processo di revisione, visibile nella maggiore strutturazione ed enumera-zione dei paragrafi, in un loro incremento numerico, nonché in una diversa stesura delle “module” allegate.
Vorrei iniziare la breve disamina proprio da una modula, quella che nel 1810 viene numerata “IV”, il Diario delle opera-zioni eseguite dal geometra censuario, e che nel 1811 assume l’identificativo “F”.
Mentre nella princeps l’esempio - questo il senso delle module - appare come una sorta di prestampato rigido, da compilare con i dati corretti al posto dei puntini di sospensione: “Diario IL NUME DEI GEOMETRI CENSUARI
delle operazioni eseguite dal sottoscritto Geometra N.N. […] Mi recai la sera in ……… luogo della mia assegnazione […] Mi presentai alla Municipalità, che mi destinò l’alloggio in Casa ………”; nella seconda edizione il tono si ammor-bidisce e diventa maggiormente colloquiale, meno algido e dunque più coinvolgente, presentandosi come una narrazio-ne di eventi, con nomi di luoghi e personarrazio-ne, al finarrazio-ne di rendere la lettura più partecipata.
Sorprende allora che il compilatore della modula “F”, il geo-metra Giovanni Castoro (nome reale o di fantasia non impor-ta), nativo di Milano e domiciliato in Bergamo, il 4 maggio 1811, insieme al suo aiutante, si rechi a Bosisio (Lecco) e si presenti al sindaco del suddetto comune il quale gli destina l’alloggio “in casa del signor abate Giuseppe Parini” (p. 78). Il celebre letterato e abate lombardo, era nato a Bosisio il 23 maggio 1729, ma essendo deceduto a Milano nel 1799, non poteva ospitare il nostro geometra. Possiamo allora pensare all’utilizzo del nome di Parini per un altro scopo, magari per un fine eminentemente rievocativo delle virtù poetiche e civili dell’insigne letterato, una sorta di dotta citazione con il com-pito di richiamare alla memoria del lettore la fede pariniana nel progetto riformistico per l’utile dell’uomo, per la pubblica e privata felicità, contro l’oppressione politica e religiosa, la superstizione e il fanatismo1.
La metafora dell’accoglimento del geometra censuario nella casa del poeta illuminato, può dunque rappresentare un elo-quente e al contempo sommesso viatico con il quale inaugura-re la grandiosa operazione statale di inaugura-revisione fiscale personi-ficata dall’umile e sistematico lavoro del geometra censuario e, in seconda battuta, un simbolico accompagnamento della nuova edizione delle Istruzioni.
Interpretare secondo questa ottica la pubblicazione di un lon-tano libretto destinato al lavoro di centinaia di anonimi tecni-ci significa porsi nella condizione di una rilettura dei minimi accadimenti della storia sociale secondo una modalità più
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tenta ai contesti e maggiormente propensa a destrutturarne le convenzioni.
Stesura e pubblicazione delle Istruzioni devono infatti essere contestualizzati in un più largo dibattito culturale che coinvol-se tecnici di differenti generazioni: quelli nati e formatisi sotto l’Ancien Régime e quelli appartenenti alla stagione rivoluziona-ria e napoleonica. Gli ingegneri des Ponts et Chaussées, del Ge-nio e gli Ingegneri Geografi, in una parola i tecnici delle armi dotte, approfondirono e ampliarono notevolmente nel corso delle guerre napoleoniche un importante dibattito teorico in seno alla natura delle rispettive discipline. Nel caso degli inge-gneri geografi venne edita una specifica rivista - Il “Mémorial topographique et militaire”2 - stampato a Parigi, presso il Dépôt de la Guerre, in sette tomi dal 1802 al 1810, che rappresentò non solo un punto di riferimento unanimemente riconosciu-to in meririconosciu-to alla diffusione e al dibattiriconosciu-to tecnico-scientifico sui temi propri delle armi savantes, ma altresì una risposta attiva alle grandi tensioni al contempo umanistiche e razionalistiche che attraversarono il tessuto sociale europeo contemporaneo. Anche durante la breve vita della Repubblica Italiana (1802-1805) si ebbe la creazione di un “Giornale” in piena sintonia con il “Mémorial”, intimamente legato alla fondazione di un’Accademia Militare, la cui produzione fu di breve durata (1802-1803), così come la vita dell’Accademia3.
Nel quinto tomo del “Mémorial”, edito nel settembre 1803, venne pubblicato il Procès verbal des Conférences de la
Commis-2. “Giornale dell’Accademia Militare della Repubblica Italiana”, anno II, luglio-dicembre, pp. 221-227, Milano 1802, Biblioteca Universitaria di Bologna. Mémorial topographique et militaire, Dépôt de la Guerre, tomi I-VII, Paris 1802-1810, riedito da Piquet a Parigi in 2 voll. 1829-1831.
sion chargée par les différents services publics intéressés à la perfec-tion de la Topographie, de simplifier et de rendre uniformes les signes et les conventions en usage dans les cartes, les Plans et les Dessins topographiques4, che costituì un punto nevralgico di straordi-nario interesse in merito alla nuova concezione del disegno topografico. La portata scientifica e culturale del lavoro della “Commission” di esperti riunitasi a Parigi dal 15 settembre al 15 novembre del 1802 fu di grande importanza per la codifica-zione e l’affermacodifica-zione della scienza topografica.
L’esito dei lavori riguardò cinque temi: l’adozione del sistema metrico; l’adozione esclusiva dell’orientamento a Nord; l’a-dozione della quota a partire dal livello del mare; il rifiuto di mescolare tipologie di rappresentazione differenti (in piano e in prospettiva) e la conseguente adozione di un sistema di om-breggiature normalizzate in proiezione orizzontale (a eccezio-ne delle carte marieccezio-ne che avrebbero conservato la possibilità di mescolare rappresentazioni in piano e in prospettiva); la nor-malizzazione delle scritture con la proposta di sistemi di segni convenzionali adattati alla scala e ai bisogni degli utilizzatori. Anche se parte delle disposizioni della “Commission” rima-sero inattuate, il dibattito scientifico ebbe ricadute sulle nostre Istruzioni, la cui elaborazione teorica deve essere cronologica-mente anticipata almeno a partire dal 1807, epoca del decreto napoleonico e di soli quattro anni posteriore alla pubblicazio-ne del Procés verbal.
Possiamo dunque trovare gli “effetti” nei vari paragrafi che prescrivono l’orientamento della mappa “in vera tramonta-na”, l’osservanza del sistema metrico e, implicitamente, l’ap-plicazione della proiezione orizzontale. Tuttavia nelle mappe
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catastali degli anni tra il 1810 e il 1814, si avverte talvolta una modalità operativa non uniforme e in alcuni casi si coglie una sorta di quella che potremmo definire “resistenza culturale” da parte di chi non rinunciò a pratiche lavorative legate a una necessità di maggiore cura dei dettagli.
Certo, le norme codificarono una restituzione in scala degli og-getti geografici, naturali e artificiali, in giusta proporzione e a colori: “il rosso per la sola parte [degli edifici] che resta coperta a tetto […] il verde per gli orti e giardini […] il color d’acqua per i laghi, i fiumi, i canali e simili […] in colore di fuliggine chiaro le strade nazionali, le comunali e le consorziali” (§54). Ma è nel confronto tra l’anagrafe dei tecnici e i loro esiti grafici che possiamo cogliere gli episodi di “resistenza”. Prendiamo ad esempio la mappa catastale di Treviso redatta dagli ingegne-ri Bernardo Salomoni e Giovanni Battista Gagliardo nel 18115. Il fascicolo d’archivio relativo a Salomoni riporta la sua no-mina a pubblico perito agrimensore il primo settembre 1795, secondo le disposizioni della Magistratura veneziana sopra i Beni Comunali e accenna alla sua formazione alla scuola del noto e apprezzato pubblico perito e notaio trevigiano Angelo Prati (1723-1809), culturalmente in sintonia con le convenzio-ni grafiche Ancien Régime6. Salomoni nacque presumibilmente una ventina di anni prima della nomina ufficiale e lo ritrove-remo ancora attivo nel 1826, quando pubblicherà il secondo stato della pianta a stampa di Treviso7.
L’elaborazione della mappa catastale impegnò Salomoni e
5. B. Salomoni, G. B. Gagliardo, Treviso città centrale del Dipartimento Tagliamento, disegno acquerellato, mm 1776 x 2382, ASV, Catasto, Mappe napoleoniche, 1066. Ministero per i beni culturali e ambientali - Archivio di Stato di Venezia, Catasto napoleonico. Mappa della città di Venezia, Venezia, Marsilio, 1988.
6. Archivio di Stato di Treviso, Prefettura, b. 2350, cc. n.n., fascicolo di “Bernardo Salomoni”, cfr M. Rossi, Atlante Trevigiano. Cartografie di città e territorio dal XV al XX secolo, Fondazione Benetton Studi Ricerche, Antiga, Treviso 2011, p. 36, nota 71.
Gagliardo (tecnici necessariamente “foresti”, da Valdobbiade-ne il primo, da Este il secondo) dal 6 maggio al 3 settembre del 1811 e, sulla scorta delle Istruzioni pubblicate nell’aprile precedente, i due procedettero al minuzioso lavoro, coadiu-vati dagli inservienti comunali. Ma contrariamente a quanto prescritto nel paragrafo 38 delle Istruzioni:
nelle mappe tanto delle città che dei villaggi il geometra ometterà di delineare le parti dell’interna architettura dei palazzi, delle chiese, dei teatri ed altri edifici8
Salomoni e Gagliardo inserirono le architetture interne degli edifici religiosi e i parterres dei pochi giardini intra moenia9 (fig. 1). La formazione culturale, così come abbiamo documentato dai curricula dei tecnici che nel novembre 1805 presentarono la domanda per esercitare la professione, non permise a Salo-moni di assecondare norme che gli avrebbero certamente con-sentito di risparmiare tempo e fatiche, a scapito tuttavia di un risultato culturalmente non condiviso.
Le Istruzioni rappresentano già un deciso passo verso la “mo-dernità”, imbrigliata da regole e protocolli e l’opera del geo-metra da esse codificato non sarà mai più quella di un perito Ancien Régime. Nessuna convenzione sociale o committenza ri-chiederà di personalizzare con abbellimenti fuori tempo l’ope-ra gl’ope-rafica, ombreggiando edifici e oggetti natul’ope-rali in
prospet-8. Ivi, paragrafo 38, p. 12.
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chitettura interna degli edifici, nessun parterre). Verrà dunque meno la personale trascrizione degli oggetti e scomparirà la firma in calce al disegno, segno autoreferenziale testimone di una visione soggettiva, poiché la responsabilità del geometra sarà assorbita dall’ente - la Direzione del Censo - che avocherà a sé ogni diritto sul suo lavoro (fig. 2)10.
Ma allo stesso tempo le Istruzioni contengono le ultime trac-ce di presenza individuale. Ovviamente non ci riferiamo alle
10. Nella fig. 3 un particolare dell’attuale mappa catastale di Treviso, a dimostrazione dell’inarrestabile processo di sterilizzazione dell’immagine cartografica.
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abilità e capacità tecniche per lungo tempo ancora totalmente manuali e decisive per la realizzazione degli elaborati, ma agli aspetti “letterari” per poco tempo ancora parti integranti del lavoro in campagna e che accompagnarono per secoli, sotto forma di relazioni, diari e descrizioni, gli elaborati grafici. L’o-pera di revisione/aggiornamento delle mappe dei geometri del Censo stabile non prevederà la compilazione di diari, nes-suna modula “F” conterrà la narrazione seppur succinta delle giornate di lavoro e si perderà memoria di luoghi e persone anche marginalmente citati.
L’operazione catastale che Napoleone aveva avviato nel Re-gno d’Italia con il decreto sulle finanze per il 1807, sottoscritto il 12 gennaio 18071 nel remoto “quartier generale imperiale di Varsavia”, dovette ben presto rivelarsi ai sudditi come gran-diosa, se non addirittura ciclopica. Erano bastati sette articoli, 174 parole in tutto, compresa la rubrica, per mettere in moto la macchina che avrebbe per la prima volta consegnato a va-ste regioni della penisola, tra le quali il Veneto, un catasto di tipo moderno. In capo a soli tre mesi, il 13 aprile successivo, il figliastro Eugenio, viceré d’Italia, tracciava in un proprio de-creto2 le linee essenziali dell’impresa. Ai nove succinti articoli di questo secondo provvedimento si trovavano annesse delle “Regole da osservarsi generalmente per la misura de’ terre-ni, formazione delle mappe e de’ sommarioni”, 40 articoli per complessive otto pagine del Bollettino delle leggi, in due ca-pitoli, destinati rispettivamente alla “misura de’ terreni e […] formazione delle mappe” (26 articoli) e alla “formazione del sommarione” (i restanti 14)3.
Queste “Regole” rappresentano la prima versione, in forma ridotta e grezza, delle future, e ben più complete ed elaborate,
1. Bollettino delle leggi del Regno d’Italia (d’ora in avanti = Bollettino), Mi-lano, dalla Reale Stamperia, 1807, pp. 25-34.
2. Ibidem, pp. 193-205.
3. Il decreto 13 aprile 1807 e le “Regole” annesse sono ripubblicate in questo stesso volume alle pp. 87-101.
LE ISTRUZIONI PER I GEOMETRI E LE OPERAZIONI IN CAMPAGNA
Istruzioni per i geometri, edite nel 1810 e poi ancora, ulterior-mente perfezionate e integrate, nel 1811, nel testo definitivo che viene qui riproposto, a due secoli esatti di distanza. Espressione di un’amministrazione dalla spiccata vocazione verticistica, abituata a pretendere sollecita e puntuale esecuzio-ne degli ordini impartiti dall’alto e diramati lungo la pirami-de gerarchica, il complesso pirami-delle Istruzioni doveva normare in modo uniforme e universalmente valido una materia complessa e irta di difficoltà, per lo più derivanti dalle diffuse particolarità locali. Si trattava di realizzare, infatti, un “catastro generale del Regno”, un regno frutto dell’annessione di territori con storie, ordinamenti giuridici, amministrativi e fiscali i più disparati. Ma si trattava anche di irreggimentare un vero e proprio eserci-to di operaeserci-tori censuari: a cominciare dagli ingegneri ispeteserci-tori a capo degli uffici dipartimentali (ossia provinciali), arrivando fino all’ultimo degli “inservienti alla misura” o “canneggiato-ri”, passando per i geometri (veri artefici dell’impresa) e i loro aiutanti e per gli assistenti e indicatori comunali. Tecnici che non solo s’erano formati in scuole diverse, ma, soprattutto, che avevano appreso il mestiere di misurare e rappresentare assieme a quello di abbellire, come due aspetti inseparabili di un unico sapere, e per i quali, dunque, il disegno di un terre-no o di un edificio, come la realizzazione di un “catastico”, non costituiva solo e squisitamente un’operazione di natura geometrica, rispondente alle regole impersonali di esattezza matematica, ma anche, sia pure forse non prevalentemente, occasione di sfoggio della propria abilità artistica nel colorare la mappa con sapiente scelta e accostamento di colori, nell’ab-bellirla con cornici elaborate, nell’inserirvi legende, rose dei venti e linee d’orientamento al meridiano terrestre entro raf-figurazioni fantasiose, bizzarre, spesso produzioni figurative raffinatissime. Uomini che avrebbero manifestato una sorta di resistenza culturale verso nuovi modi di lavorare, imposti dall’alto e tanto diversi da quelli appresi negli anni giovanili4.
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Non ci stupisce più che tanto, perciò, se di un giardino li ve-diamo disegnare e colorare nella mappa catastale fin l’ordito delle aiuole, in palese violazione del regolamento, che impo-neva una semplice passata d’inchiostro verde; o se scopriamo che, nello stupefacente e maestoso ambiente naturale del Can-siglio, non lasciarono la loro mappa semplicemente bianca, ma la coprirono col disegno di migliaia di alberi, quasi a voler rendere l’osservatore partecipe delle loro emozioni5.
L’impianto di un catasto moderno comporta essenzialmente due operazioni, nell’ordine: la misura e la stima. La misura comprende il rilievo sistematico del territorio secondo un cri-terio geometrico-particellare e la sua trasposizione in mappe a scala ampia, con il contestuale accertamento dei possessori degli appezzamenti di terreno e degli edifici. Quest’ultime informazioni confluivano in un sommarione descrittivo della mappa, contenente i riferimenti al numero progressivo delle particelle, al possessore, al toponimo, alla qualità del terreno o dell’edificio censito e alla sua superficie. È noto come l’am-ministrazione napoleonica nei territori veneti e friulani – che in questa sede teniamo a riferimento costante, senza tuttavia dimenticare che le operazioni catastali si svolsero anche in molte altre province del Regno italico ancora sprovviste di ca-tasto, a cominciare dalla Lombardia ex veneta, ossia Bergamo e Brescia – tra il 1807 e il 1813 riuscì a portare a compimento gran parte della misura, opera che “non può non provocare la nostra ammirazione e rappresenta uno dei maggiori meri-ti” ch’essa conseguì nel Veneto6. Sopraffatti i francesi tra l’au-tunno del 1813 e la primavera successiva dall’avanzata degli eserciti della VI coalizione, toccò poi al restaurato governo austriaco riprendere e concludere le misurazioni negli ultimi comuni ch’erano rimasti fino allora privi di mappa, special-mente in ampi distretti del Veronese e del Vicentino, ma qua e là anche nelle montagne carniche e cadorine, come pure, ma
ancor più sporadicamente, altrove in pianura, passando poi ad approntare le stime, fino alla definitiva attivazione del ca-tasto, o sua conservazione, tra il 1846 e il 1852.
Ma riprendiamo in mano le Istruzioni. Il formato tascabile – che questa riedizione ha voluto mantenere accorpando l’ap-parato testuale delle varianti e sacrificando così la più comoda soluzione di offrirle a pie’ di pagina – ce ne lascia supporre la presenza accanto agli strumenti di lavoro del geometra e l’impiego continuo in campagna durante le misurazioni o al tavolo nei giorni seguenti, destinati al perfezionamento del disegno e alle “calcolazioni”. La congettura è avvalorata a p. 78 delle Istruzioni stesse, all’interno di quella “Modula F.” che fornisce al geometra un paradigma per redigere il quotidiano “diario, o sia storia fedele delle sue operazioni giornaliere”, che il § 157 l’obbligava a stendere giorno per giorno, pena la perdita della retribuzione. Il geometra Giovanni Castoro, im-maginario autore della traccia del diario – pagine avvincenti che senza timore di scivolare nell’enfasi definiamo di lettera-tura – trascorre la sera antecedente l’inizio delle operazioni di misura del territorio di Bosisio “a rileggere le mie istruzioni”, prima ancora di dedicarsi a “preparare gli stromenti per met-termi in campagna” l’indomani.
Invece Carlo Fossatti, ingegnere milanese realmente esistito, convocato nel 1811 nella montagna feltrina a ridisegnare la mappa di Arina, da altri rilevata in maniera molto scorret-ta, dava atto, nel suo autentico diario, di come l’ispettore gli avesse consegnato, tra i diversi “effetti censuari”, anche una copia delle “Istruzioni per la misura”7. E in effetti basta in-cominciare a sfogliare il testo, un paragrafo dopo l’altro, per comprendere lo scopo di queste Istruzioni, cui s’è già fatto cenno: fissare le regole, universalmente valide, nelle campa-gne come nei centri edificati e nelle città, della misurazione e rappresentazione del terreno, prescrivere la strumentazione
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da utilizzare e le modalità del suo uso, ma anche i materiali di cancelleria da impiegare e il modo di misurare e raffigurare gli infiniti accidenti che si potevano incontrare nel corso del lavoro: dal pozzo, al campanile, al cimitero; dalla rupe scosce-sa alla spiaggia, alla strada, fosse esscosce-sa di pubblica, consortile o privata ragione; dalla vigna alla marcita; dal fiume con le sue golene e i suoi argini, al canale di scolo delle acque interno ai poderi. Solo con un complesso normativo così articolato e puntiglioso si sarebbero potute ottenere mappe catastali uni-formi, accostabili e confrontabili tra loro, tasselli di un unico mosaico.
Si ricordava all’inizio come il testo delle “Regole” del 1807 era limitato a 40 articoli e occupava solo otto pagine del Bollettino delle leggi. Il confronto con le 51 pagine dell’articolato del 1810, cui se ne aggiungevano 15 di allegati, è schiacciante, tenuto conto che dimensioni delle pagine, giustezza, caratteri e inter-linea grosso modo si equivalgono. Lo smilzo regolamento del 1807, che tuttavia conteneva, sia pure ridotte all’osso, quasi tutte le prescrizioni successive, servì verosimilmente solo per la campagna censuaria di quel primo anno: nel 1808 alcuni documenti ci testimonierebbero l’esistenza di un testo norma-tivo che sembra corrispondere alle Istruzioni del 18108. Già nel 1808 doveva, dunque, circolare un nuovo regolamento, in una qualche versione (forse addirittura manoscritta, ma più vero-similmente a stampa), che non è stato possibile rinvenire in biblioteche e archivi.
Del resto, che le regole fissate nell’aprile 1807 fossero carenti, almeno in quanto riguardava la materia dei confini tra comu-ne e comucomu-ne – che accanto a inconvenienti tecnici comu-ne conte-neva altri di carattere “politico” o campanilistico, destinati ad accendere centinaia di vertenze – lo dimostra il decreto 9 ottobre di quello stesso 1807, emanato per stabilire “alcune massime dirette a troncare le quistioni che nella formazione e
ricognizione della mappa topografica dei comuni insorgono tra i comuni confinanti”9.
Dunque le Istruzioni del 1810 erano appena uscite dai torchi con la data del 31 marzo, che si dovette subito cominciare a predisporne una nuova versione riveduta, corretta e accre-sciuta, recependo evidentemente le segnalazioni d’incomple-tezza, i dubbi e i quesiti che provenivano dagli operatori in campagna, cui s’aggiungevano le osservazioni che matura-vano negli uffici dell’amministrazione censuaria provinciali e centrali, mano a mano che vi affluivano mappe e sommarioni terminati e revisionati. Ne scaturì, allora, l’edizione con data 1 aprile 1811, con il numero di pagine accresciuto d’una venti-na, mentre i paragrafi passavano da 140 a 197, per incrementi dovuti in parte alla più razionale suddivisione di alcuni arti-coli troppo lunghi, in parte ad aggiunte vere e proprie. Appa-iono migliorate anche le tabelle finali, ora in numero superio-re e superio-recanti la denominazione di module. Le integrazioni e le rifiniture più significative riguardavano il modo di disegnare le strade private (§ 33 del 1810, corrispondente ai §§ 47-51 del 1811), lo scabroso problema dei confini comunali (i §§ 29-31 aggiunti ex novo nel 1811 e, più oltre, la trattazione dei §§ 95-97 nel 1810 che si dilata nei §§ 144-152 nel 1811) e, soprattut-to, una sistemazione complessiva, più razionale e più ampia, delle norme riguardanti la descrizione dei terreni e delle case (operazione che in epoca austriaca sarà nota col termine di “qualificazione”) con il § 53, esteso su sette pagine delle Istru-zioni del 1810, che viene riorganizzato nei §§ 77-90 e portato a quasi nove pagine l’anno seguente.
Infine nel 1819 dalla tipografia milanese di Giacomo Pirola uscì una nuova edizione delle Istruzioni (che ricalca, salvo qualche refuso, quella del 1811), pubblicata senza l’egida di alcuna au-torità pubblica, e da ritenersi, pertanto, iniziativa di carattere privato. Infruttuose tutte le ricerche d’archivio svolte per rico-struire la genesi di questa tarda ristampa, resta impossibile sta-bilire se l’operazione fosse stata commissionata al Pirola, o da
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lui stesso ideata: negli anni intorno al 1819 l’azienda rivolgeva i propri interessi editoriali precipuamente ai libretti d’opera (era titolare dell’esclusiva del Teatro alla Scala, vicinissimo alla sua sede), ma nel 1818 era diventata la stamperia ufficiale del Municipio di Milano, come lo era di rilevanti uffici statali (De-legazione provinciale, Direzione delle Poste)10. Quest’edizione del 1819 sembrerebbe probabilmente da porre in relazione con la pubblicazione delle mappe e dei sommarioni ordinata dal Governo austriaco per le province venete l’8 agosto 181711 e verosimilmente negli stessi mesi da quello lombardo, per le province di Bergamo e Brescia: i proprietari fondiari, chiamati a verificare l’esattezza delle operazioni di misura compiute sui loro beni ed a presentare le eventuali osservazioni e reclami, avevano avvertito evidentemente la necessità di conoscere le regole adottate dall’amministrazione napoleonica. Al soddi-sfacimento di quest’esigenza sembra ragionevole ricondurre appunto l’edizione delle Istruzioni approntata dal Pirola. Il lettore familiarizzerà sin dalle prime pagine delle Istruzioni con gli strumenti e i materiali impiegati nel rilievo: la tavo-letta pretoriana, anzitutto, e la bussola; poi, per la misura, ca-tene e canne ufficiali, “somministrate” dall’Amministrazione, assieme a due regoli metallici con la scala di riduzione. La carta da disegno pure, come quella per i sommarioni, veni-va distribuita dall’ufficio, mentre inchiostri e colori, e così la strumentazione minuta (compasso, matita, tiralinee, “spille”) apparteneva al geometra.
Regole di carattere tecnico sul modo di condurre le operazioni di rilievo e disegno, commesse ai geometri, convivono nelle Istruzioni e si intrecciano, come si vede, con disposizioni di na-tura amministrativa, riferite prevalentemente alla redazione del sommarione, che comportava l’accertamento del
posses-10. A. Visconti, Una stamperia milanese, Milano, Pirola, 1928. Sono grato al dott. Giovanni Liva, dell’Archivio di Stato di Milano, per l’amichevole e generoso aiuto. Un grazie anche al dott. Mario Signori, del medesimo Istituto.
sore dei fondi (operazione talvolta non semplice in presenza di diritti reali sui beni censiti, come livelli, enfiteusi ecc.) e la definizione dell’esatta denominazione della ditta intestataria, secondo precisi criteri, esemplificati nelle 7 sezioni della “Mo-dula A.” allegata al testo (e pure questa largamente riveduta e aumentata nel passaggio dal 1810 al 1811).
Attendeva al lavoro una vera e propria e propria squadra, gui-data dal geometra, il quale rispondeva all’ingegnere ispettore dipartimentale. Questi aveva facoltà di comparire improvvi-samente in sopralluogo – grave mancanza per il geometra, che comportava la perdita dello stipendio giornaliero, non lasciar detto ogni mattina al proprio alloggio in quale punto del territorio si sarebbe condotto a misurare (§ 141) – e, soprat-tutto, praticava la revisione finale di mappa e sommarione. Riscontrandone la perfetta esattezza li avrebbe approvati; al contrario – eventualità rara, ma accaduta – ne avrebbe nega-to il collaudo, ordinando in taluni casi gravose correzioni, in altri addirittura il rifacimento, parziale o integrale, dell’opera. Ogni geometra era, dunque, coadiuvato da un aiutante che, salvo eccezione, gli era assegnato d’ufficio dalla Direzione generale del censo. Ciascuna amministrazione comunale, poi, deteneva il diritto, e l’onere, di partecipare a tutte le operazio-ni catastali con due persone di propria fiducia, e che doveva remunerare: l’una in veste di assistente alla misura, e quindi con funzioni preminenti di controllo, l’altra di indicatore, con il compito principale di segnalare al geometra i confini del ter-ritorio e quelli dei singoli poderi, nonché le generalità dei pos-sessori. Completava il gruppo un certo numero d’inservienti, segnalati dai comuni, ma retribuiti dal geometra sul proprio fondo spese, al pari dell’aiutante.
La serie archivistica dei Processi verbali di revisione delle mappe e dei sommarioni, pressoché integralmente conservata e che abbiamo tenuto a continuo riferimento12, ci consente di
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correre le vicende delle misurazioni catastali e ci apre squarci di quotidianità sul mondo variegato dei geometri napoleonici e degli ingegneri ispettori, sulle fatiche che consumarono nel-le campagne venete, sui milnel-le probnel-lemi, ostacoli e inconve-nienti che si trovarono ad affrontare.
La poderosa macchina azionata dai decreti del 1807 incomin-ciò sin dallo stesso anno a produrre i primi, sia pure timidi, risultati. Il “geometra ingegnere” Pietro Toscani iniziò il 17 agosto il rilievo della città di Venezia, che avrebbe proseguito nei due anni seguenti, dividendosi i sestieri da misurare con altri due colleghi nel 1808 e terminando il lavoro in compa-gnia di uno nel 180913. Avviare le operazioni del nuovo catasto proprio dalla città lagunare, capitale della secolare Repubbli-ca aristocratiRepubbli-ca, sia pure ormai ridotta a semplice Repubbli-capoluogo di provincia, sarà stato certamente uno di quei colpi ad effetto che l’amministrazione francese aveva già mostrato altre volte all’opinione pubblica italiana di saper portare a segno. Ancora nel medesimo anno 1807 si ha notizia dell’inizio delle misurazioni in alcuni estesi comuni dell’entroterra veneziano: Cavarzere “sinistro” (ossia la porzione comunale a sinistra dell’Adige), Cava Zuccherina (oggi Jesolo), Grisolera (Era-clea), Torre di Mosto, e poi, ancora, San Michele del Quarto
chiami specifici, in questo contributo si fa riferimento in particolare alla documentazione in b. 2 (provincia di Venezia, distretti di Chioggia, Lo-reo, Ariano, San Donà e Portogruaro), b. 4 (provincia di Padova, distretti di Noale e Camposampiero), b. 6 (provincia di Padova, distretti di Este, Monselice, Conselve e Piove), b. 7 (intera provincia di Rovigo), b. 9 (pro-vincia di Verona, distretti di Legnago, Cologna, Zevio e San Bonifacio), b. 13 (provincia di Vicenza, distretti di Malo, Valdagno, Arzignano, Lonigo e Barbarano), b. 16 (provincia di Treviso, distretti di Ceneda, Valdobbiadene e Montebelluna), b. 19 (provincia di Belluno, distretti di San Vito di Cado-re, Auronzo e Agordo), b. 20 (provincia di Belluno, distretti di Fonzaso, Feltre e Mel), b. 22 (provincia di Udine, distretti di Maniago, Aviano, Sacile, Pordenone e San Vito al Tagliamento) e b. 25 (provincia di Udine, distretti di Ampezzo, Tolmezzo, Gemona e Tricesimo).
(Quarto d’Altino), Portegrandi, Caorle e Ca’ Cottoni, e così in qualche comune dei distretti friulani di Aviano e Sacile. Ma è a partire dal 1808, e poi sempre più capillarmente negli anni successivi, che la presenza dei geometri censuari si fa costante tra i campi del Veneto e del Friuli. I numeri forniti dai decreti annuali sulle “operazioni del catasto” suggeriscono la sensa-zione di un vero e proprio dispiegamento di forze sul territo-rio: 121 geometri nel 1808 e 150 nel 1809, operanti in quattro province, per salire poi ai 181 e 184 arruolati nei due anni suc-cessivi e inviati in cinque province contemporaneamente14. Primi a essere censiti i comuni del Veneziano, del Friuli e del-le province di Treviso e poi di Padova; dal 1810 s’aggiunge-vano quelle di Belluno e Vicenza, oltre a parte del Polesine; infine seguì Verona. L’impressione che si avverte sfogliando i documenti è che l’attività procedesse ‘a macchia di leopardo’ e senza sistematicità: alcuni distretti vennero integralmente, o quasi, misurati nel corso di uno stesso anno, ad esempio Portogruaro e Noale (1810), Feltre (1811), Cologna (1812), Le-gnago (1813) e Arzignano (1815), ma nella maggior parte dei circondari le operazioni si protraevano per due o più ‘campa-gne’ censuarie, e non è raro il caso di comuni confinanti che furono rilevati anche a qualche anno di distanza.
In ogni censuario i lavori si svolgevano nella stagione meteo-rologicamente più propizia: si iniziava a primavera avanzata, generalmente in maggio, raramente in aprile – e non a caso le “Regole” datano al 13 aprile 1807, così come le Istruzioni al 31 marzo 1810 e all’1 aprile 1811 – e si proseguiva fino all’autun-no iall’autun-noltrato, ottobre e all’autun-novembre. Ma poteva capitare d’imbat-tersi in periti al lavoro ancora in dicembre, sia pure spinti solo dall’urgenza di terminare la correzione e la revisione finale delle mappe.
Il tempo necessario per rilevare un comune censuario poteva variare sensibilmente da un caso all’altro e dipendeva,
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ralmente, non solo dall’ampiezza del territorio, ma anche dal-la sua conformazione: generalmente eran sufficienti i mesi di una sola campagna censuaria, talvolta molto meno, ma, come abbiamo visto sopra, la mappa della città di Venezia pretese ben tre anni, ed altrettanto avvenne, ad esempio, per i vasti e complicati territori di Cava Zuccherina, Grisolera e Cavarzere “destro”, mentre due anni occorsero per condurre a termine le mappe di Cavanella d’Adige, San Michele del Quarto, Porte-grandi, Caorle, Ca’ Cottoni, Annone, San Giorgio di Livenza, Fossalta di Piave, Meolo e Musile. Al contrario bastarono 19 giorni per rilevare il censuario di Nichesola e 35 per quello di Spinimbecco, entrambi nella bassa veronese15.
La revisione della mappa e del sommarione rappresentava l’atto conclusivo delle operazioni di misura. Attività com-plessa, della durata anche di più giorni (sette, ad esempio, se ne impiegarono per Loreo, e altrettanti per Contarina). Il momento culminante della procedura, dopo un esame attento dei caratteri estrinseci degli elaborati (legenda, scala, orienta-mento, indicazione dei toponimi, colorazione) consisteva nel tracciare “una linea attraversante tutta la mappa” in inchio-stro rosso e nel rilevare e disegnare poi, andando sul terreno, un “tipo revisorio”, riportandovi
tutti gli accidenti principali cadenti sulla suddetta linea attraver-sante, confrontando di mano in mano le operazioni di revisione con quelle del Geometra autore, e facendo […] le opportune veri-ficazioni e correzioni di misura, ed ancora di configurazione e de-scrizione censuaria per i pezzi cadenti sulla linea ed in vicinanza.
Allo stesso modo venivano puntualmente raffrontate “le tra-sversali” e le “divisioni intermedie” di altri “pezzi, ossiano perimetri” scelti casualmente tra quelli “fuori del suddetto andamento revisorio”16.
15. ASV, Processi, bb. 2 e 9, passim.
Moltissime mappe superarono, naturalmente, la pur severa revisione: talune agevolmente, altre magari, come s’accenna-va, a prezzo di correzioni impegnative e parziali rifacimenti. Ma la nostra attenzione viene inevitabilmente attratta per pri-ma dai pochi casi di bocciatura, più o meno irrimediabile essa fosse. Così avvenne, ad esempio, per la mappa del 1808 di San Vito di Valdobbiadene con Funer, che dopo un duplice esame superiore venne rifatta nel 1810 dai geometri Antonio Toffoli e Pasquale Piccini, a spese del primo, inetto autore, Paolo Sca-lari17. Il caso non rimase affatto isolato: nelle lagune intorno a Chioggia, Gabriele Lodigiani aveva cominciato a rilevare nel 1808 il censuario di Cabianca (Ca’ Bianca), ma ben presto ven-ne sollevato dall’incarico “per la sua insufficienza” e il nuovo geometra, Antonio Fiorentini, “non si è potuto servire” del poco lavoro eseguito, consistente nel rilievo di Valle Zenna-re, “che nell’andamento dell’argine tortuoso che la confina a mezzo giorno”18.
Incontrò maggiore fortuna – se tale possa essere considera-ta – il geometra Giuseppe Migliazza, autore nel 1810 della mappa di Arina, riscontrata gravemente imprecisa e alla cui correzione, dopo un infruttuoso tentativo consumato nel me-desimo anno dal geometra Luigi Picchioni, venne chiamato nel 1811 addirittura da Milano, come s’è visto sopra, l’in-gegner Carlo Fossatti, il cui diario ufficiale è conservato fra gli atti della revisione. A fine lavoro vennero addebitate al Migliazza 19 giornate di lavoro del Fossatti, mentre “non si è creduto di caricare” anche i sette giorni di viaggio da Mila-no a Feltre e quello delle operazioni preliminari con l’ispet-tore, dal momento che Fossatti era stato trattenuto in zona, passando a rilevare la mappa della non lontana Soranzen.
17. Processo verbale di revisione della mappa del censuario di San Vito di Valdobbiadene con Funer, con allegati, 24 settembre 1810, revisore l’inge-gner Pietro Locatelli, ibidem, b. 16, provincia di Treviso, distretto di Valdob-biadene.
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Incarico faticoso, questo del milanese, sin dal principio: la strada da Feltre ad Arina, “per la maggior parte montuosa”, fu costretto a “camminarla a piedi, e far trasportar tutti gli effetti censuari a spalla d’uomini”; e lavoro disagiato, quello addossatogli, come non mancò di annotare: “La località tutta montuosa e difficile da praticarsi ralenta alquanto l’operazio-ne”. Venutone a capo, relazionò anche sulle molteplici cause delle gravi inesattezze riscontrate: “Apparivano le differenze la maggior parte provenienti dalla diversa direzione di due zone constituenti detta mappa, le restanti per realtà di misu-ra”. Anche della fallita revisione di Picchioni aveva scoperto la ragione: “Il revisore nel riprendere la misura in campagna, l’aiutante per isbaglio vi ha messa la palina sopra un falso picchetto propinquo al vero della revisione, e ne dipende da ciò la differenza”19.
In molti altri casi errori di minor rilevanza, rilevati dagli ispettori, potevano venir corretti dagli stessi autori. Mappa “eseguita mediocremente” giudicò nel 1808 l’ingegner Ga-etano Bellati quella di Rottanova con Pettorazza Papafava “sinistra”, sottolineando “in generale una cattivissima scrit-tura ne’ numeri progressivi, li quali verranno alla meglio corretti e rischiariti, e segnatamente nel paese, ove attesa la negligenza con cui vennero scritti, reccano un poco di con-fusione”. Peggio: ad alcune particelle era stato attribuito, con modalità del tutto irregolare, “più di un numero, perché cadente sopra più fogli, così li numeri superflui si sono can-cellati sulla mappa; e sul sommarione si sono marcati colla parola soppressi”20.
Mediocre anche la mappa di Cava Zuccherina a destra di Pia-ve Pia-vecchia, sempre nella valutazione del Bellati nel medesi-mo anno, che lamentava inoltre “una costante trascuratezza
19. Processo verbale di revisione della mappa del censuario di Arina, con allegato il diario del geometra, cit.
nella politezza dei fogli, e questa dipendente dal geometra medesimo”21. Imprecisioni nella misura aveva poi riscontra-to, ancora nel 1808, nel rivedere quella di San Michele del Quarto con Portegrandi, alcune “rilevantissime e tali da far dubitare che alcuni perimetri siano stati chiusi malamente”; inoltre non gli era “stato possibile di far combaciare perfet-tamente sulla mappa la linea transversale AB”, pur “asse-condando la mappa, la quale sembra aver preso una piccola inclinazione in causa del bussolo dalla parte di ponente”: pretese perciò molte correzioni, che poté verificare solo dopo diversi mesi22.
Molti difetti rilevò nel 1811 l’ingegnere revisore Giambattista Bonfiglio nel sommarione di Loreo, infarcito di “termini tratti dall’idioma del paese”, in luogo del lessico appropriato im-posto dalle Istruzioni, e con “alcune intestazioni erronee”23. E ancora il sommarione dovette essere trascritto integralmen-te nel 1809 a Borgoforintegralmen-te, nel Conselvano, in quanto “scritto scorretto e di carattere non abbastanza chiaro”24 e lo stesso fu prescritto dal revisore, l’ingegner Zerbi, per quello di Noale: “Stante le molteplici correzioni occorse per diffetto d’indica-zione, il sommarione da tavolo è reso deforme a segno che devo ordinare all’aiutante del geometra assistito dall’assisten-te comunale l’indall’assisten-tero rifacimento”.
Sempre a Noale la mappa, disegnata nel 1810 da Bernardo Salomoni – che l’anno seguente avrebbe rilevato quella del-la città di Treviso, del-la cui base cartografica sarebbe servita in
21. Processo verbale di revisione della mappa del censuario di Cava Zuc-cherina a destra di Piave vecchia, autore della mappa il geometra Luigi Conti, 17 novembre 1809, ibidem, distretto di San Donà.
22. Processo verbale di revisione della mappa del censuario di San Mi-chele del Quarto con Portegrandi, autore della mappa il geometra Antonio Giacomelli, 9 dicembre 1808, ibidem.
23. Processo verbale di revisione della mappa del censuario di Loreo, au-tore della porzione di mappa il geometra Gaspare De Rii, 14 novembre 1811, ibidem, distretto di Loreo.
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seguito per due fortunate incisioni a stampa pubblicate nel 1824 e nel 182625 – presentava parecchi difetti, originati dai “cilindri incurvati” della tavoletta pretoriana, e alcune, rime-diabili, omissioni: non era tracciato in inchiostro il confine con il censuario di Briana (probabilmente Salomoni attendeva di confrontarlo con il collega), risultava “mancante delle linee punteggiate dei comunelli costituenti insieme il territorio di Noale […], della squadratura del complesso […], del cartelli-no della decartelli-nominazione della mappa, quello delle sottoscri-zioni, quello della scala e quello della direzione dei venti”26. Situazioni analoghe si ripetevano in svariati altri luoghi: a Ta-glio di Po, ad esempio, la seconda “sezione” di mappa “trova-si mancante di tutte le denominazioni di strade e scoli, nonché il colorito del fiume Po. E rispetto alla III si è trovata tutta in matita, e senza numeri, essendovi però scritto il possessore e qualità nella prima porzione, e la seconda trovasi ancora da compilare, la quale non mi è stata consegnata”. Così verbaliz-zava il revisore, Eutimio Ripamonti il 22 dicembre 1816; ed il lavoro richiese ancora due mesi, venendo ultimato il 24 feb-braio 181727.
La ricerca di uniformazione, che rappresentava la cifra delle Istruzioni, poteva produrre anche effetti paradossali a causa della diversa provenienza regionale degli operatori censua-ri: lo zelo dell’ingegner Zerbi, lo stesso con cui aveva dovuto fare i conti Salomoni, si spinse ad ordinare alcune rettifiche al sommarione di Silvelle, pretendendo addirittura d’italianiz-zare cognomi e nomi veneti. “Non si scrive Tron, ma Troni”, prescrisse; Gargani, e non Gargan; Trevisani, e non Trevisan; ed inoltre, perentoriamente, “non si scrive Alvise, ma Luigi”;
25. Atlante Trevigiano. Cartografie e iconografie di città e territorio dal XV al XX secolo, a cura di M. Rossi, Treviso, Fondazione Benetton Studi Ricerche - Antiga edizioni, 2011, pp. 36-39.
non “Pasqualin, ma Pasquale o Pasqualino”; e poi non “abbi-tazione, ma abitazione”28.
Le peculiarità locali, tuttavia, si rivelarono almeno in un caso insuperabili: nel 1808 la mappa di Pellestrina, sul litorale ve-neziano, venne approvata dall’ingegner Bellati, benché pri-va di alcune linee di confinazione tra proprietà pripri-vate, con quest’avvertimento:
N.B. Non è possibile marcare tutte le divisioni che s’incontrano, atteso che elleno non sono marcate sul terreno, e per rinvenirle occorre la presenza di tutti li proprietari, li quali si regolano colle misure loro particolari, o con dei segni di direzione che prendo-no dal prolungamento di certi lati de’ caseggiati che si trovaprendo-no sparsi per questo littorale29.
E nel 1810 si ritenne di poter omettere addirittura la revisione d’intere porzioni di mappa del censuario di San Nicolò, Tolle e Donzelle per causa di forza maggiore, come verbalizzò il revisore, geometra Giulio Lodi:
La somma piena del Po, che ha cagionato una quasi generale innondazione in questa isola, e specialmente presso il mare, non ha permesso di rivedere gli altri due pezzi di mappa, consistenti però in vaste valli di canna, brughiera ed altra sorta di terreno di poca entità e di quattro possessori30.
Le Istruzioni dedicano, come accennato, uno spazio di rilie-vo alla tracciatura, in ogni mappa, delle linee di confine tra
28. Processo verbale di revisione della mappa del censuario di Silvelle, autore della mappa il geometra Gio Batta Mercanti, 29 settembre 1810, ibi-dem, b. 4, provincia di Padova, distretto di Noale.
29. Processo verbale di revisione della mappa del censuario di Pelle-strina, revisore l’ingegner Gaetano Bellati, autori della mappa i geometri Venanzio Mugiasca e Luigi Torti, 8 agosto 1808, ibidem, b. 2, provincia di Venezia, distretto di Chioggia.
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comuni limitrofi (§§ 142-152). Sul piano tecnico si trattava di far collimare esattamente due mappe rilevate quasi sempre da due diversi geometri e in momenti cronologicamente distan-ti. Per questo era prescritta ogni volta la presenza sul luogo degli assistenti o indicatori di entrambi i comuni e la realiz-zazione, da parte dei singoli geometri, di appositi “tipi della linea conterminale”, da recapitare agli ispettori, per facilitare la futura revisione, ma anche perché li consegnassero agli altri geometri interessati, “all’oggetto di fare con essi gli opportuni riscontri”.
Ma, oltre al problema tecnico, poteva essere sollevata spesso una vertenza confinaria tra comuni, che avanzavano prete-se sugli stessi lembi di territorio, eventualità ancor più facile a verificarsi tra enti che per la prima volta vedevano dise-gnare in piante dettagliate gli ambiti geografici della propria competenza. In questi casi le Istruzioni affidavano un primo tentativo di conciliazione della vertenza agli stessi geometri, mentre il decreto 9 ottobre 1807, di cui s’è detto sopra, aveva previsto anche l’intervento conciliatore dell’ingegnere dipar-timentale, il quale avrebbe rimesso il giudizio al prefetto in caso d’insuccesso.
In una specifica serie archivistica di Questioni relative ai confini territoriali si conserva la documentazione delle oltre 1200 ver-tenze (quasi la metà nella sola provincia del Friuli) occorse e risolte31. Mentre sul dettaglio degli aspetti tecnici ci soccorro-no, ancora una volta, i verbali delle revisioni. La mappa di Rio San Martino (allora in provincia di Padova) sembra in questo senso una delle più difettose: nel 1810 per ammetterla alla ve-rifica l’ingegner Giuseppe Sovico ordinò al geometra Giovan-ni MarsoGiovan-ni di “riffare con misura il confine di Cappella per la vistosa differenza” accertata e, ancora, di correggere le linee confinarie con Scandolara e Scorzè, mentre prendeva atto del previsto incontro con il geometra di Sant’Alberto, essendosi ravvisata anche lì l’esigenza di eseguire congiuntamente “una
misura lungo il confine”32.
A Castelvecchio di Valdagno nel 1816 fu lo stesso revisore, il geometra Antonio Toffoli – nel quale già ci siamo imbattuti quand’ebbe l’incarico di rifare la mappa di San Vito di Val-dobbiadene – a intervenire e modificare di proprio pugno il rilievo di Maurizio Azzolini, spiegando che “il confine territo-riale di Righello, sezione di Altissimo, non combina in niuna parte, e ciò per esser stato rilevato sopra punti ed andamenti eronei cagionati da mala indicazione, fu ribatuto dal revisore e ratificato dal medesimo sopra la mappa”33. Viceversa, nel Feltrino, l’ispettore Francesco Peluti spedì il 14 novembre 1810 “di buon mattino” il geometra Giovanni Menegazzi in cima al monte Avena, con il compito di “ribatere e verificare” la linea di confine tra Faller e Fonzaso. Il diario ufficiale di Menegazzi dà conto dell’operazione: l’incaricato proseguì il lavoro l’indomani ancora all’aperto (“non abbandonando mai la più scrupolosa precisione, cercai d’accelerare per quanto mi fu possibile, benché il vento e la neve da qualche giorno cadu-ta m’apporcadu-tassero non piccolo impaccio”), e il 16 novembre al tavolo, “nel segnar gl’andamenti ieri rilevati, nel tirare in nero, colorire, unire i fogli e far tutte l’operazioni necessarie al completamento di detta linea”. Rientrato a Feltre e sotto-posto il 17 il proprio “tipo” a Bellati, osservarono assieme che la mappa di Fonzaso presentava solo “diferenze negligibili”, mentre in quella di Faller riscontrarono “qualche notabile dif-ferenza”, che richiese quella e altre due giornate di lavoro per essere emendata34.
32. Processo verbale di revisione della mappa del censuario di Rio San Martino, 5 ottobre 1810, ASV, Processi, b. 4, provincia di Padova, distretto di Noale.
33. Processo verbale di revisione della mappa del censuario di Tomba di Castelvecchio di Valdagno, 16 gennaio 1816, ibidem, b. 13, provincia di Vicenza, distretto di Valdagno.
1718 - 1723 L’imperatore Carlo VI ordina l’avvio dei lavori di rilevamento del catasto in Lombardia, ritenuta unani-memente una delle prime e senz’altro la più significati-va esperienza catastale di tipo moderno in Italia. 1733 Tra le resistenze dei proprietari fondiari, i lavori
ven-gono interrotti e viene sciolta la Giunta che vi era pre-posta, presieduta dal giurista napoletano Vincenzo De Miro.
1749 Ripresa dei lavori del catasto su impulso dell’impera-trice Maria Teresa. Per questa ragione il Catasto o Cen-so milanese verrà comunemente chiamato teresiano. Viene costituita una nuova Giunta, presieduta dall’uo-mo di governo ed economista toscano Pompeo Neri. 1750 Pompeo Neri pubblica la celebre Relazione dello stato in
cui si trova l’opera del censimento universale del Ducato di Milano nel mese di maggio dell’anno 1750, manifesto del pensiero economico illuminato e, nella definizione di Lu-igi Einaudi, “documento capitale in materia catastale”. 1757 Approvazione del Catasto teresiano.
1760 1 gennaio. Sua attivazione ufficiale.
1804 L’amministrazione austriaca sul Veneto costituisce a Venezia una “Commissione per il Censo”, guidata dal feltrino Francesco Mengotti, per raccogliere le denunce dei beni fondiari dai loro possessori, le cosiddette “no-tifiche”. Anche se non finalizzata alla realizzazione di IL PROCESSO CATASTALE. CRONOLOGIA