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N. Bigatti S. Voli Donne nella storia Ed

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La Fondazione ISEC– Istituto per la Storia dell’Età

Contempora-nea – Onlus è un centro di studio e di ricerca storica. Offre agli studenti e ai ricercatori materiale archivistico e bibliografico sui grandi temi della storia del Novecento: storia del lavoro e dell’im-presa, storia sociale e politica. Presta agli utenti la consulenza di personale specializzato. Organizza convegni, seminari di studio in collaborazione con analoghe istituzioni italiane ed europee, corsi di aggiornamento per docenti e allievi delle scuole medie inferiori e superiori, consulenze per attività didattiche su fonti e storiogra-fia. In base a convenzioni con le università milanesi propone sta-ges per gli studenti. Fornisce inoltre consulenze per la costituzio-ne e l’ordinamento di archivi storici a soggetti esterni.

Promemoria

La Fondazione ISEC– Istituto per la Storia dell’Età

Contempora-nea – ha deciso di avviare questa collana PROMEMORIAdi volumi

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© 2006 Edizioni Angelo Guerini e Associati SpA viale Filippetti, 28 – 20122 Milano

http://www.guerini.it [email protected]

Prima edizione: aprile 2006

Ristampa: V IV III II I 2006 2007 2008 2009 2010

Printed in Italy

ISBN 88-8335-000-0

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Nicoletta Bigatti, Stefania Voli

DONNE NELLA STORIA

Complessità, formazione, l’Altro

prefazione di Giovanna Barzanò e Maria Giovanna Campus introduzione di Mauro Ceruti

GUERINI

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INDICE

Presentazione di Luigi Ganapini

Elenco delle abbreviazioni

Le bambine operaie nelle industrie dell’Alto Milanese durante il Ventenni fascista

di Nicoletta Bigatti

Quando il privato divenne pubblico. Lotta continua 1968-1976

di Stefania Voli

Indice dei nomi

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TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI

ACBA Archivio del Comune di Busto Arsizio. I numeri

riportati per ogni documento citato si riferiscono nell’ordine a: cartella, categoria, classe, fascicolo

ACCMI Archivio della Camera di Commercio di Milano ACCVA Archivio della Camera di Commercio di Varese ACL Archivio del Comune di Legnano. I numeri

ripor-tati per ogni documento citato si riferiscono nel-l’ordine a: cartella, categoria, classe, fascicolo

ASMI Archivio di Stato di Milano

ASVA Archivio di Stato di Varese. I numeri riportati per

ogni documento citato si riferiscono nell’ordine a: cartella, categoria, classe, fascicolo

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PRESENTAZIONE

Questo volume raccoglie due saggi inerenti alla storia delle donne. Il primo presenta i risultati di una ricerca di più ampio respiro concernente l’ occupazione fem-minile nell’area industriale del Nord Milano. Il secondo saggio affronta il tema dei rapporti di genere nella storia del ’68 analizzando l’esperienza delle donne in «Lotta Continua», una delle organizzazioni più significative in quegli anni anche per quanto riguarda la tematica di ge-nere.

L’ attenzione del primo saggio si concentra sul reclu-tamento della giovane manodopera femminile negli an-ni ’30: il racconto nasce da interviste realizzate dall’ au-trice con numerose protagoniste della «deportazione» dall’area di Crema, allora un villaggio a sud est di Mila-no, verso LegnaMila-no, nel cuore della Lombardia indu-striale. E’ un trauma questo sradicamento da radici fa-migliari contadine e comunitarie per essere trapiantate in un convitto freddamente finalizzato all’educazione, all’ammaestramento, al disciplinamento della manodo-pera secondo i canoni della formazione del proletariato

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di fabbrica. In cui evidentemente non penetra nemme-no un barlume di quel «cattolicesimo sociale» che pure nel contesto delle imprese tessili aveva maturato, agli inizi del ‘900 parte delle sue esperienze sindacali. Le giovani donne – tanto giovani da essere giustamente de-nominate «bambine operaie» – sono merce reclutata senza molti riguardi alla stessa legislazione sociale del fascismo: per loro e per le loro famiglie la protezione della «sanità della stirpe» ha un valore molto relativo, rispetto all’urgenza della miseria, da una parte, e della domanda di manodopera a basso prezzo, dall’altra.

La «sanità della stirpe» in base alla quale il fascismo si proclamava disposto a legiferare per garantire i requi-siti minimi di protezione alle donne e ai minori rivela in queste contingenze tutta la sua fragilità, come luogo che può essere aggirato tanto sotto la coazione della miseria, dal lato di quella che asetticamente viene definita l’of-ferta di lavoro; quanto sotto il pretesto della necessità assoluta di procurarsi manodopera a basso costo, adde-strata e soprattutto disciplinata, dal lato della domanda.

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il ricordo e che generosamente lo hanno offerto. Stru-mento di conoscenza insostituibile rispetto ad esperien-ze personali, in un’ epoca in cui il lavoro era fatica e sa-crificio ma soprattutto necessità vitale.

Tematiche di per sé poco esplorate passano così al vaglio di uno strumento di indagine storica utilizzato dalla ricerca con una frequenza crescente negli ultimi decenni; ma che richiede sempre una grande capacità di controllo e il confronto con i dati emergenti dalle altre fonti.

Su questo utilizzo della storia orale si incontrano, ol-tre che sul soggetto protagonista – le donne – i due sag-gi contenuti in questo volumetto.

La seconda ricerca, frutto di una tesi di laurea, è sta-ta condotsta-ta attraverso interviste oltre che attraverso l’a-nalisi delle memorie e degli articoli del quotidiano del-l’organizzazione Lotta Continua, nel cui contesto si col-locano le esperienze politiche e umane delle protagoni-ste. Il momento è cruciale, ben lontano dalla miseria de-gli anni ’30: un’Italia in movimento, una gioventù che si confronta con l’ impegno di una visione politica da rea-lizzare, e che è posta infine a confronto con nodi irrisol-ti dei rapporirrisol-ti fra i sessi. E’ certo un ordine di problemi ben differente rispetto alla storia delle «bambine ope-raie». Abbiamo qui una memoria molto attrezzata per la razionalizzazione delle esperienze, critica verso il pro-prio passato e verso gli esiti di una vicenda che per mol-te è stata tormentata.

Privato e politico sono i termini che definiscono una contrapposizione ignota – si può dire – fino a quagli an-ni. Il valore di quegli scontri e di quei tormenti può

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parire nella sua misura forse solo a distanza di tanto tempo. Per quanto molto se ne sia favoleggiato, credo che l’ analisi sviluppata in questa saggio abbia il pregio di far emergere una riflessione non occasionale, capace anche di rinnovare e di assegnare dimensione nuova alla sostanza di quei contrasti: e di indicarci anche come strumenti di analisi storiografica possano avere una lim-pida funzione di stimolo nella coscienza civile; senza strumentalizzazioni o servilismi, tanto frequenti nella storia politica contemporanea.

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LE BAMBINE OPERAIE NELLE INDUSTRIE

DELL’ALTO MILANESE DURANTE IL VENTENNIO FASCISTA

L’economia dell’Alto Milanese durante il Ventennio

In epoca fascista l’Alto Milanese si presenta come una zona con un proprio marcato e peculiare profilo econo-mico.

Per meglio cogliere le specificità di questo territorio rispetto alle aree circostanti, è opportuno definirne con adeguata precisione i confini, accogliendo, in ciò, le in-dicazioni fornite da Roberto Romano1: con il termine

Alto Milanese ci si intende riferire al quadrilatero aven-te come vertici Golasecca e Albizzaaven-te a nord e Buscaaven-te e Nerviano a sud e come centro i comuni di Legnano, Castellanza, Busto Arsizio e Gallarate, disposti lungo l’asse stradale e ferroviario del Sempione. Una zona ca-ratterizzata da una certa autonomia rispetto a Milano (non quindi semplice propaggine industrializzata della

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metropoli), ma anche con pochi legami con Varese: fino alla prima guerra mondiale quest’ultima è una cittadina più piccola di Legnano e Busto, e anche nei decenni successivi se ne distingue per la meno marcata vocazio-ne imprenditoriale.

Ciò che infatti caratterizza l’Alto Milanese nel perio-do di cui ci occupiamo è la presenza di una ormai anti-ca e consolidata tradizione industriale: una uniformità sotto l’aspetto economico che non viene meno neppure con la divisione amministrativa che nel 1927 assegna i comuni di Castellanza, Busto e Gallarate con i relativi circondari alla neonata provincia di Varese. A riprova di questo è sufficiente citare solo alcuni dati ricavabili dal censimento generale della popolazione del 1936: nelle tre principali città del territorio, la popolazione at-tiva è così ripartita2:

Tabella 1 – Ripartizione della popolazione attiva nel 1936 a Legna-no, Busto Arsizio e Gallarate e confronto con la situazione lombar-da e nazionale. Il lombar-dato italiano relativo al commercio è comprensivo di tutte le attività non riferite al primo e al secondo settore

Agricoltura Industria Commercio

Legnano 3,0 % 81,7 % 7,9 %

Busto Arsizio 5,5 % 75,1 % 9,9 % Gallarate 5,0 % 73,1 % 10,6 % Lombardia 28,6 % 47,5 % 10,0 % Italia 49,3 % 27,4 % 23,3 %

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Le ragioni di un orientamento economico così netto hanno radici antiche, e sono da ricercarsi nelle diffi-coltà che l’agricoltura ha sempre incontrato in quest’a-rea: un terreno poco fertile, sassoso e permeabile dove i contadini ancora nell’Ottocento conducevano vita gra-ma, oppressi dai debiti verso i padroni degli appezza-menti, privi di qualsiasi supporto tecnologico (non si usavano concimi, né aratro), tormentati dalla pellagra. In un simile quadro di miseria l’industria nascente, in particolare quella tessile, trova le condizioni più favore-voli: per l’abbondanza di manodopera disposta ad ac-cettare salari bassissimi, per la presenza del fiume Olo-na (fonte di energia, fornitore di acqua per i processi produttivi, strumento di evacuazione degli scarichi), per la presenza di importanti vie di comunicazione e per il clima umido (indispensabile nella lavorazione dei filati). È il periodo di Costanzo ed Eugenio Cantoni, Enrico Dell’Acqua, Andrea Ponti, Luigi Borghi, Achil-le Venzaghi, Antonio Bernocchi, Enrico Candiani, Pie-tro Bellora: solo alcuni dei nomi che si potrebbero cita-re fra quelli che hanno fatto la storia dell’industria tes-sile dell’Alto Milanese, trasformando le piccole tessitu-re e filatutessitu-re a domicilio in grandi e fiotessitu-renti manifattutessitu-re. L’avvento del fascismo vede dunque fra Milano e Varese una realtà fatta di piccole, medie e grandi strut-ture industriali, dove quasi nessuno spazio trovano gli appelli del Duce contro l’urbanesimo e a favore del la-tifondo: se da una parte i grandi centri della zona costi-tuiscono un irresistibile richiamo per i provenienti da aree depresse (tanto da suscitare, nel 1934, la preoccu-pata reazione del dirigente della Pubblica Sicurezza di

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Legnano, che in una lettera al Commissario Prefettizio segnala la sempre crescente immigrazione di «famiglie povere in cerca di lavoro e assistenza3»), dall’altra la

re-sidua agricoltura locale offre un quadro ben diverso dalle aspettative del Regime:

La proprietà fondiaria della provincia di Varese è costi-tuita in prevalenza dalla piccola proprietà a conduzione diretta. La grandissima maggioranza delle terre coltivate sono divise in aziende di superficie minima, aziende che nella maggioranza dei casi non superano i due ettari4.

In queste piccole aziende su base famigliare i livelli di vita non sono più quelli dell’Ottocento: le abitazioni so-no migliorate (anche se ancora nel 1932 il Prefetto di Milano segnala come in provincia le cattive condizioni igieniche di molte case rurali costituiscano la causa principale del diffondersi dell’infezione tubercolare5),

le moderne tecnologie vanno diffondendosi e, soprat-tutto, il lavoro agricolo assai spesso non rappresenta più l’unica fonte di reddito: gli uomini continuano a cu-rare i campi (magari integrando i guadagni, nelle sta-gioni morte, con brevi periodi di occupazione

nell’edi-3Lettera dell’11 gennaio 1934, in ACL, 497, 12,3,1.

4La provincia di Varese nei suoi valori economici. Relazione sta-tistico-economica del Consiglio e Ufficio provinciale dell’Economia di Varese, 1928, pp. 72-73. Questa relazione, insieme a quelle relative agli anni 1932, 1933, 1934 e 1935, è conservata presso l’archivio del-la Camera di Commercio di Varese (da qui in poi ACCVA).

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lizia), mentre le donne, con sempre maggiore frequen-za, trovano lavoro nelle tessiture o nelle filature della zona. Molto basso è quindi il numero delle lavoratrici per le quali l’attività agricola è quella principale: già dal Censimento agricolo del 1930 risulta che a Busto Arsi-zio (comprese le fraArsi-zioni di Sacconago e Borsano) solo 22 donne si trovano in questa condizione6, mentre a

Gallarate il loro numero è di 2907. I dati a disposizione

relativi a Legnano, pur se derivanti da una fonte diver-sa e riferiti a qualche anno dopo, sono ugualmente si-gnificativi: in un elenco comunale datato 1937 solo 14 cittadini (tutti uomini) sono registrati come lavoratori agricoli8.

Resta da chiedersi quali industrie animino la realtà produttiva dell’Alto Milanese negli anni Venti e Trenta. Come nell’Ottocento, la parte del leone viene fatta dal

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6 Archivio Comunale di Busto Arsizio (da qui in poi ACBA), 2590, 11,1,1.

7Archivio di Stato di Varese (da qui in poi ASVA), Fondo Galla-rate, 485, 12,3,4.

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comparto tessile: gli eredi delle grandi dinastie indu-striali hanno allargato e modernizzato gli impianti, dan-do vita a veri e propri colossi produttivi che forniscono lavoro a migliaia di operai, in gran parte donne. Con or-goglio Giuseppe Bossi, segretario dell’Unione Indu-striale dell’Alto Milanese, può affermare nel 1929 che Busto Arsizio, la «Manchester italiana», conta nel setto-re cotoniero «166 ditte che in complesso fanno battesetto-re più di 25.000 telai meccanici e 300.000 fusi9». Accanto

alle grandi fabbriche esiste, come detto, una realtà di piccole e medie aziende, che molto spesso lavorano su ordinazione delle «sorelle» maggiori, o si occupano di una sola parte del processo produttivo (tintorie, stam-perie ecc.). A Gallarate è attiva e fiorente l’industria del ricamo a macchina: anche in questo caso il personale è in gran parte femminile.

A fianco di quello tessile si è sviluppato in modo consistente il settore metalmeccanico: nato principal-mente come appendice del primo (all’inizio molte grandi aziende producono soprattutto telai e altri mac-chinari per la lavorazione delle fibre), si è

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to degli enormi profitti conseguiti durante il primo conflitto mondiale e grazie a questi ha potuto avviare un imponente rinnovo organizzativo, tecnologico e commerciale. Negli anni Venti aziende come la Franco Tosi e la Mario Pensotti di Legnano, la Ercole Comerio di Busto e la Cesare Galdabini di Gallarate rappresen-tano già realtà di rilevanza nazionale e sono affiancate da una miriade di fabbriche di minori dimensioni. In alcune parti del territorio hanno poi assunto notevole rilevanza due settori che danno lavoro a molta mano-dopera femminile: quello delle calzature (a Busto, con il grande calzaturificio Borri, e nel Parabiaghese) e quello alimentare (a Saronno10).

Città di ciminiere, dunque, quelle dell’Alto Milane-se: città dove il suono delle sirene delle fabbriche scan-disce la vita di migliaia di operai. Fra di essi moltissime sono le donne e moltissime, soprattutto, le bambine.

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10In realtà Saronno, in base alla collocazione geografica dell’Al-to Milanese dai noi precedentemente fornita, dovrebbe essere con-siderata esterna a quest’area. Tuttavia, le sue caratteristiche econo-miche e la comunanza di molte sue realtà produttive con quelle di Legnano e Busto la rendono sotto molti aspetti avvicinabile a tali città.

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L’occupazione femminile minorile: quante bambine operaie?

Una corretta analisi del problema del lavoro femminile minorile non può ovviamente prescindere dalla realtà normativa e sociale del tempo e del luogo che si consi-derano: ciò vale soprattutto quando si vuole definirne i confini dal punto di vista dell’età delle operaie.

Il fascismo pone a quattordici anni il momento di uscita ufficiale dall’infanzia: a questa età cessa l’obbligo scolastico e si può ottenere, seppure a determinate con-dizioni, il rilascio del libretto di lavoro.

In realtà, però, in moltissimi casi l’ingresso in fab-brica avviene uno o due anni prima, approfittando di alcune deroghe che la legge prevede e soprattutto del modo confuso e contraddittorio in cui essa viene ap-plicata11. Nei piccoli centri, poi, dove evidentemente

il controllo delle autorità è meno rigoroso e dove la frequenza della scuola è magari ostacolata dalla sua lontananza, l’assunzione in fabbrica è spesso precedu-ta per le bambine da qualche anno di lavoro in nero in piccoli laboratori artigianali, in campagna, o come do-mestica o lavandaia presso le famiglie benestanti. Alla luce di questa situazione sociale è opportuno restrin-gere l’analisi del lavoro femminile minorile alle ragaz-ze con meno di quattordici anni, concentrando l’at-tenzione soprattutto sulla parte del fenomeno più

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cilmente documentabile, cioè quella della realtà delle fabbriche.

Un primo passo necessario consiste nel definire quantitativamente l’entità del problema: per farlo, ini-zieremo ad analizzare le informazioni fornite dai docu-menti ufficiali del tempo.

Innanzitutto qualche dato generale piuttosto signifi-cativo: dalla «Relazione statistica sull’andamento eco-nomico della Provincia di Varese per l’anno 1933»12

ri-sulta che in quell’anno i bambini dai 6 ai 14 anni costi-tuiscono il 3,5% dei lavoratori dell’industria (si noti: il 2,7% i maschi e addirittura il 4,9% le femmine) e l’1,7% dei lavoratori agricoli (1,8% maschi e 1,5% femmine)13.

Per passare più specificamente alla realtà dei centri dell’Alto Milanese, si può cominciare dal dato fornito dal Bollettino Statistico del Comune di Legnano per l’anno 1930: fra i 224 nuovi libretti di lavoro rilasciati, 100 riguardano bambine dai 12 ai 14 anni14. Qualche

anno dopo, nel 1933, l’Ufficiale sanitario dello stesso comune segnala in 217 i fanciulli (sia maschi che fem-mine) dello stesso arco di età che hanno ottenuto il li-bretto. Interessante l’annotazione che il responsabile medico aggiunge in calce a tale cifra:

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12Questa relazione è reperibile in ACCVA.

13Purtroppo questi dati non sono reperibili nelle relazioni cor-rispondenti relative alla Provincia di Milano conservate presso la Camera di Commercio di Milano.

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…molti che ottengono dalle superiori autorità la licenza per essere ammessi al lavoro dopo compiuto il dodicesi-mo anno, non presentano le migliori condizioni di svilup-po per addossarsi il faticoso lavoro negli stabilimenti; so-lo le necessità impellenti e constatate delle famiglie fanno sorpassare su un tale danno dello sviluppo15.

I due documenti citati sono fra i pochi, per ciò che concerne Legnano, a fare riferimento ai bambini e alle bambine dai dodici ai quattordici anni: tutti gli altri at-ti estendono la fascia di età considerata comprendendo anche i/le quindicenni. Non si tratta ovviamente di una differenza da poco: c’è quasi da pensare che le autorità di Legnano (ma il discorso vale in parte anche per i co-muni limitrofi) volessero in qualche modo occultare entro limiti più ampi e lasciare quindi nel vago una realtà indubbiamente scomoda e in evidente contrasto con il carattere di eccezionalità che l’ammissione al la-voro prima dei quattordici anni doveva rivestire in ba-se alla legge16. Qualche elemento di indagine in più ci viene fornito dagli elenchi degli operai occupati nelle aziende legnanesi che intorno alla metà degli anni Trenta il Comune iniziò a redigere: in questo caso tro-viamo indicazioni sulle lavoratrici «sotto i quindici an-ni». Da tale fonte risulta che nel 1935 appartengono a

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quest’ultima categoria 422 operaie (su un totale di 523917, cioè l’8%); nel 1937 il loro numero è sceso a

350 (su 563118: il 6,1%).

Per quanto riguarda la situazione di Busto Arsizio, qualche notizia ci viene fornita da due relazioni, una re-lativa al 1929 e una al 1933, che documentano l’attività dell’Ufficio del Lavoro della città: nella prima si quanti-ficano addirittura in 407 i libretti concessi a «fanciulli minorenni19»; nella seconda si parla di 162 domande

«per ottenere il libretto di ammissione al lavoro per fan-ciulli bisognosi, che non hanno ottemperato a tutti gli obblighi scolastici20».

Per analizzare la situazione di Gallarate possiamo di nuovo avvalerci dei Bollettini statistici comunali, che, laddove l’informazione è presente, forniscono il

nume-©

19«Attività svolta dall’Ufficio del Lavoro durante l’anno 1929», in ACBA, 254, 14,2,4. Non sono purtroppo reperibili, presso l’archi-vio comunale di Busto, i Bollettini statistici della popolazione.

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ro dei libretti rilasciati alle bambine fra i 12 e i 14 anni (57 nel 193021, 0 (!) nel 193122) o a quelle fra i 12 e i 15

anni (137 nel 193523).

Da queste poche indicazioni si può comprendere come l’esame dei documenti ufficiali, se consente di farsi un’idea generale del problema, non permette tut-tavia di definirne in modo preciso l’entità e pone co-munque più di un dubbio sull’attendibilità dei dati e sulle possibili reticenze nella compilazione di essi.

Ben più utile ci appare perciò il riferimento a con-crete realtà aziendali: un’analisi di tale tipo è stata resa possibile dal ritrovamento dei libri matricola di due fra le maggiori industrie tessili dell’Alto Milanese, il Coto-nificio Venzaghi di Busto Arsizio e la Manifattura di Legnano24.

Questi preziosi volumi contengono un’autentica mi-niera di informazioni sulla popolazione operaia dei due stabilimenti: in particolare, essi forniscono notizie su

21 ASVA, Fondo Gallarate, 485, 12,4,6.

22 ASVA, Fondo Gallarate, 491, 12,4,6. I Bollettini statistici del comune di Gallarate sono purtroppo lacunosi e assai meno curati di quelli legnanesi: questo induce a leggere con sospetto il dato del 1931.

23 ASVA, Fondo Gallarate, 505, 12,4,6.

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età, luogo di nascita e di residenza, durata del rapporto, cause di cessazione di esso, anno di assunzione e di li-cenziamento, salari… Si tratta di un campione che rite-niamo assai rappresentativo, sia per le dimensioni delle due aziende, sia perché il comparto tessile, come detto, era quello che registrava la maggior quantità di mano-dopera femminile25. Dalla lettura e dall’elaborazione

dei dati relativa all’età di assunzione delle operaie si può dunque tracciare un quadro molto significativo del fenomeno delle operaie bambine26.

Esaminiamo per prima la situazione nel Cotonificio Fratelli Venzaghi di Busto Arsizio. Questa azienda, fon-data all’inizio del Novecento, negli anni Venti è già una delle più importanti della città e ha una produzione va-stissima, che abbraccia tutte le fasi della lavorazione: fi-latura, tessitura e tintoria27. Due terzi del suo

persona-le operaio sono costituiti da donne: l’età media delpersona-le la-voratrici che entrano in fabbrica risulta abbastanza

al-©

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25Dal Censimento industriale e commerciale del 1927 risulta che in provincia di Milano le donne costituivano il 77% della forza operaia nell’industria tessile (citato da: «L’economia della Provincia di Milano nell’anno 1928. Relazione del Consiglio Provinciale del-l’Economia di Milano», p. 135, in Archivio della Camera di Com-mercio di Milano (da qui in poi ACCMI), cart. 2025, fasc. 1).

26Nel caso del Cotonificio Venzaghi l’analisi ha riguardato 1495 assunte fra l’1/1/1923 e il 31/12/1945; per la Manifattura ci si rife-risce invece a 3519 assunzioni, sempre nello stesso arco di tempo.

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talenante (v. tabella 2), ma con una tendenza alla cresci-ta, almeno fino al periodo di crisi dei primi anni Trenta. Questo dato non esclude tuttavia la presenza di un nu-mero notevole di operaie bambine, assunte in gran par-te prima del 1930.

Tabella 2 – Età media delle assunte al Cotonificio Venzaghi di Busto Arsizio fra il 1923 e il 1945. I periodi 1930-1936 e 1940-1945 sono stati considerati insieme a causa del ridottissimo nu-mero di assunzioni

Anni Età media

1923 21,7

1924 24,0

1925 22,2

1926 23,2

1927 23,1

1928 24,4

1929 27,3

1930-1936 24,9

1937 25,3

1938 22,8

1939 24,6

1940-1945 23,7

Totale 23,6

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Tabella 3 – Minori di 14 anni assunte al Cotonificio Venzaghi di Busto Arsizio fra il 1923 e il 194528

Anni Totale assunte Minori di 14 anni %

1923 138 36 26,1

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de-La situazione della Manifattura di Legnano presenta tratti di somiglianza con quella del Cotonificio Venza-ghi, ma anche sostanziali differenze, dettate dalle diver-se caratteristiche dell’azienda.

Questa grande filatura nasce dall’iniziativa di Enea e Febo Banfi, due nomi assai in vista nel panorama indu-striale legnanese. Ben presto essa assume un ruolo di primaria importanza nella lavorazione del cotone: la modernità degli impianti, la consistenza delle esporta-zioni, la qualità dei filati, la contingenza economica fa-vorevole del primo dopoguerra portano la produzione a livelli altissimi, tanto che il continuo bisogno di ma-nodopera non riesce più a essere soddisfatto con la so-la offerta locale. Per tale motivo negli anni Venti so-la Ma-nifattura ricorre in modo sempre più massiccio a lavo-ratrici provenienti dalle zone povere del Veneto e della bassa pianura, ospitando questo personale arrivato da lontano nel convitto che la proprietà ha organizzato a fianco dello stabilimento. Moltissime di queste operaie hanno meno di quattordici anni: ciò spiega la più bassa età media delle assunte, rispetto a quanto riscontrato nel Cotonificio Venzaghi (anche qui con una tendenza alla crescita, che però si evidenzia solo a partire dalla fi-ne degli anni Venti).

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Tabella 4 – Età media delle assunte alla Manifattura di

Legna-In totale, le minori di quattordici anni assunte in Mani-fattura fra il 1923 e il 1945 figurano essere 752 su 3519 (21,4%); anche qui gran parte delle bambine entra in

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fabbrica prima del 1930. Di queste bambine 268 hanno dodici anni e 484 tredici29.

Tabella 5 – Minori di 14 anni assunte alla Manifattura di Le-gnano fra il 1923 e il 1945

Anni Totale assunte Minori di 14 anni %

1923 120 39 32,5

1924 372 126 33,9

1925 571 173 30,2

1926 309 113 36,6

1927 191 91 47,6

1928 256 80 31,2

1929 143 37 25,9

1930 18 4 22,2

1931 103 18 17,5

1932 45 10 22,2

1933 84 26 30,9

1934 24 8 33,3

1935 97 14 14,4

1936 19 4 21,0

1937 236 4 1,7

1938 129 0 0

1939 213 0 0

1940-1945 589 5 0,8

Totale 3519 752 21,4

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I dati risultanti dalla tabella precedente delineano un quadro abbastanza impressionante: nel periodo compreso fra il 1923 e il 1928 (quello cioè di maggior espansione per l’industria tessile), le lavoratrici minori di quattordici anni della Manifattura oscillano fra il 30,2 e il 47,6% del totale delle assunte. Una così gran-de discrepanza rispetto ai dati gran-desunti dal Cotonificio Venzaghi non può essere spiegata che con la presenza del convitto: in effetti, basta analizzare il luogo di nasci-ta delle bambine per accorgersi che gran parte di esse è originaria della bassa Bergamasca, del Cremasco e del Veneto, il che le colloca quasi certamente fra le ospiti di questa istituzione aziendale30. Vedremo fra poco quali

motivazioni stiano alla base di un così massiccio ricorso a queste giovanissime operaie: prima è necessario defi-nire con precisione come la legge fascista ne rendesse di fatto assai facile l’assunzione.

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gran numero di cessazioni del rapporto, conduce al quasi dimezza-mento del personale operaio femminile, che dal 1928 al 1935 passa da 779 unità a 423.

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La legislazione fascista in materia di istruzione e di occupazione minorile

Per cogliere appieno il contenuto delle norme fissate dal fascismo in materia di istruzione obbligatoria e di lavoro minorile, occorre fare un breve cenno alla orga-nizzazione scolastica del periodo31.

Alla base del processo educativo stava naturalmente la scuola elementare, che era strutturata su due livelli: il grado inferiore, che comprendeva le prime tre classi, e quello superiore, con la quarta e la quinta. I bambini dovevano superare gli esami per il compimento di cia-scun livello, quindi in terza e in quinta. Alla fine del-l’insegnamento elementare si aprivano due strade: i po-chi che potevano permettersi di continuare gli studi si iscrivevano alla scuola Media, gli altri imboccavano la strada della scuola di Avviamento al lavoro (chiamata, fino al 1929, Scuola complementare). Da un manifesto di iscrizione della scuola Ponti di Gallarate32possiamo

leggere quali fossero gli intenti di questo corso di studi:

La scuola secondaria di avviamento al lavoro, nei suoi va-ri tipi, agrava-rio, industva-riale e commerciale, provvede ad impartire l’istruzione post-elementare obbligatoria fino ai

31Sull’organizzazione scolastica durante il fascismo si veda: De Fort E., Scuola e analfabetismo nell’Italia del ‘900, Il Mulino, Bolo-gna 1995; Id., La scuola elementare dall’Unità alla caduta del fasci-smo, Il Mulino, Bologna 1996.

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quattordici anni di età e a preparare ai vari mestieri, all’e-sercizio pratico dell’agricoltura ed alle funzioni impiega-tizie d’ordine esecutivo nell’industria e nel commercio.

Dall’anno scolastico 1939-1940 la sezione femminile della stessa scuola aggiunge un’ulteriore finalità: essa infatti

…tende a formare madri di famiglia ben preparate al lo-ro compito di vita33.

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33 Scuola Ponti, Manifesto d’iscrizione per l’anno scolastico 1939-1940, in ASVA, Fondo Gallarate, 312, 9,4,1.

Il fascismo tende ad inserire anche nella scuola le sue convin-zioni in merito alla diversità biologica della donna, da cui deriva l’e-sigenza di una differente educazione: ne troviamo conferma in quanto accade in un altro Istituto della zona, la scuola Bernocchi di Legnano, dove nell’anno scolastico 1936-1937 la sezione femminile dei corsi per maestranze (nei quali venivano impartite anche nozio-ni di cultura generale) viene abolita e sostituita dai «Corsi per orga-nizzate fasciste», allestiti su iniziativa del Fascio femminile e del Co-mune. Essi consistono semplicemente in cicli di lezioni di economia domestica, sartoria, stireria, maestre di tessitura (ACL, 520, 9,4,4): sembra ovvia l’intenzione di privare le donne lavoratrici di quel mi-nimo di base culturale che i corsi per maestranze garantivano, rele-gandole a una preparazione esclusivamente «tecnica» e marcata-mente «femminile».

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La scuola di Avviamento al lavoro dura tre anni ed è in-tegrata dai Corsi festivi e serali (chiamati «per mae-stranze»): questi ultimi dovrebbero servire fra l’altro ai bambini già occupati in fabbrica per adempiere all’ob-bligo scolastico fino ai quattordici anni, oball’ob-bligo sancito dal RD31 dicembre 1923 n. 3126 e confermato da leggi

successive.

Su questa normativa si inserisce quella relativa al rilascio dei libretti di lavoro, che si richiama a nume-rosi testi di legge e la cui applicazione sembra risulta-re incerta e poco chiara alle stesse autorità fasciste. Le principali disposizioni su questa materia a cui oc-corre fare riferimento sono la Circolare n. 6 del 2 feb-braio1924, n. 670, il RDn. 577 del 5 febbraio 1929 (la

cosiddetta Legge Belluzzo34), il RD n. 1297 del 26

aprile 1928 e il RDLn. 1379 del 6 ottobre 1930

(con-vertito in legge due anni dopo). In esse si stabilisce in sostanza che:

a) il libretto di lavoro viene rilasciato al compimento del quindicesimo anno di età;

b) l’ammissione al lavoro può essere anticipata ai quat-tordici anni purché il bambino o la bambina abbia superato il I corso di Avviamento al lavoro;

c) In via del tutto eccezionale il libretto di lavoro può essere ottenuto anche al compimento del dodicesi-mo anno e ciò quando:

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1. la famiglia si trovi in condizioni disagiate

2. il fanciullo abbia concluso il ciclo elementare e la scuola di Avviamento al lavoro sia distante più di due chilometri dalla sua abitazione

3. sia riconosciuta al bambino la «incapacità intel-lettuale».

In teoria i tre casi previsti al punto c) dovevano quindi rivestire carattere del tutto straordinario: nella realtà le cose andavano invece ben diversamente, ed innumere-voli erano le deroghe ammesse, almeno fino alla metà degli anni Trenta.

Nell’archivio comunale di Busto Arsizio si possono esaminare centinaia di casi di libretti di lavoro rilasciati su autorizzazione del Ministero delle Corporazioni a minori di quattordici anni o a quattordicenni che non hanno adempiuto all’obbligo scolastico (nel solo perio-do compreso fra il 1928 e il 1931 si registrano 220 perio- do-mande accolte e solo 16 respinte35) «per la accertata

sussistenza di condizioni eccezionali», cioè per la situa-zione di disagio economico della famiglia. Un dato im-portantissimo: la sopracitata Circolare del 1924 stabili-va che l’ammissione al lavoro fosse in questo caso su-bordinata «…alla condizione essenziale che il titolare del libretto frequenti la scuola serale del Comune fino al compimento dell’istruzione. Il libretto stesso dovrà es-sere ritirato nel caso che il fanciullo non ottemperi alla condizione anzidetta e perciò è necessario che siano av-vertiti fanciulli e genitori delle conseguenze in caso di

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inadempimento». In effetti, tale condizione appare a chiare lettere nella comunicazione con cui il Ministero autorizza il Podestà al rilascio del libretto… ai maschi! Per le femmine l’obbligo di frequenza scolastica viene semplicemente ignorato e i moduli prestampati dello stesso Ministero non ne fanno alcun cenno. Non è dun-que avventato supporre che a una teorica parità di dirit-ti e doveri fra bambini e bambine corrispondesse nella pratica un’assai minore importanza attribuita all’istru-zione femminile: il fascismo perciò non solo riconosce-va diversi bisogni educativi ai due sessi, ma in questo caso sembrava pure voler azzerare ogni diritto da parte delle donne ad acquisire una minima base culturale, evi-dentemente non ritenuta indispensabile al loro ruolo primario di spose e madri36.

Un atteggiamento di questo tipo, d’altra parte, tro-vava fertile terreno nella mentalità comune del tempo, come si rileva esaminando un’altra fonte preziosissima, cioè la documentazione relativa all’attività didattica della scuola Bernocchi di Legnano, che ospitava i corsi diurni di Avviamento al lavoro e quelli serali e festivi per maestranze. In una relazione fatta al podestà dal di-rettore della scuola37 si legge che nell’anno scolastico 1929-1930 la frequenza ai corsi per maestranze è stata da ritenersi normale in tutte le sezioni maschili, mentre nell’unica prima femminile delle 23 iscritte iniziali solo la metà si è presentata agli esami: a fronte di tale dato il

36È lo stesso modo di porsi rispetto all’istruzione femminile che abbiamo già riscontrato precedentemente (v. nota 33).

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responsabile dell’istituto constata come sia difficile «far osservare l’adempimento all’obbligo scolastico per le alunne al di sopra dei dodici anni e già in possesso del libretto di lavoro…».

La situazione non è diversa nei corsi diurni: in un’al-tra relazione38, riferita al triennio 1933-1936, lo stesso

direttore fa notare come

…un numero relativamente notevole di alunni (circa il 10%) delle classi prime abbandonava la scuola prima del-la fine dell’anno scodel-lastico, non appena ottenuta occupa-zione, con o senza il libretto di lavoro; tale abbandono era più marcato nelle classi femminili anche per ragioni fami-gliari39.

Anche per le altre due ipotesi di ammissione al lavoro a dodici anni sembra accertato che esse venivano appli-cate ben oltre i confini dell’eccezionalità.

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38Relazione del 24 dicembre 1936, p. 6, in ACL, 513, 9,4,1. 39A fronte di una maggiore percentuale di abbandono (pur-troppo non quantificata) si registra, da parte delle bambine che rie-scono a completare gli studi, un ben più alto rendimento scolastico: nell’anno 1933-1934 risulta promosso il 50% di esse (contro il 40,4% dei maschi), nell’anno 1934-1935 il 69% (maschi: 43%), nel-l’anno 1935-1936 il 58,6% (maschi: 37,6%). (ibidem, p. 8).

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Nel caso 2, cioè quello dell’edificio di istruzione po-sto a più di due chilometri dall’abitazione del bambino, sono molto spesso gli stessi genitori a dare una mano, per così dire, alla legge: nel settembre del 1933 il pode-stà di Busto Ercole Lualdi segnala al Ministero dell’E-ducazione che è pratica diffusa nelle famiglie «il far fi-gurare l’emigrazione dei bambini in altri comuni, dove non esistono scuole Medie, al solo scopo di ottenerne il libretto di lavoro (mediante la produzione dell’attestato di promozione della quinta elementare) e poi occupar-si presso stabilimenti di questa città ritornando a rioccupar-sie- risie-dere presso le rispettive famiglie40».

Per ciò che concerne poi l’ultima possibilità di dero-ga, cioè quella relativa alle presunte carenze intellettive del bambino, è interessante verificare, sempre all’Ar-chivio comunale di Busto, la presenza di decine e deci-ne di attestazioni dei direttori didattici, i quali «…viste le risultanze della frequenza e del profitto dell’alunno […] che ha compiuto il 12° anno di età, ne attesta[no] l’incapacità intellettuale, al fine della concessione del li-bretto di lavoro41».

Due osservazioni sono a questo punto d’obbligo. La prima: secondo la legge il rilascio di tale dichiara-zione è subordinato, oltre che alla condidichiara-zione che il fanciullo o la fanciulla a dodici anni non abbia supera-to la terza elementare, anche a una visita del medico

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scolastico42, che evidentemente dovrebbe verificare

l’esistenza dell’incapacità. Ebbene, nel ricchissimo car-teggio relativo a queste pratiche non risulta alcuna do-cumentazione sanitaria, ma solo gli attestati delle Dire-zioni didattiche43: c’è da supporre che fosse piuttosto difficoltoso, per qualsiasi medico, spiegare l’esistenza di un tale numero di deficienze mentali… e si preferis-se perciò lasciare completamente l’onere di certificarle all’autorità scolastica. La seconda osservazione ci por-ta a capire perché por-tanti bambini e bambine si trovasse-ro a ripetere due, tre o anche quatttrovasse-ro volte la stessa classe. Analizzando le sopra citate attestazioni viene da pensare che la causa di ciò sia da ricercarsi non certo in presunte carenze intellettive, bensì nella quasi inesi-stente frequenza scolastica: questi bambini «deficien-ti» accumulavano centinaia di giorni di assenza (maga-ri perché già impegnati in attività lavorative di qualche tipo) ed è ovvio che così la loro possibilità di appren-dimento veniva pregiudicata senza rimedio.

Con il passare del tempo, l’applicazione sempre più elastica della normativa in materia di obbligo scolastico e di ammissione al lavoro finisce per creare una grande confusione fra le autorità locali, che oltretutto

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42 Si veda il documento datato 11 ottobre 1930 e titolato «Uniformità da osservare per il rilascio dei libretti di ammissione al lavoro», in ACBA, 2222, 11,2,3.

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ciano anche a misurare gli effetti di un ricorso così mas-siccio, da parte delle aziende, a lavoratori in giovanissi-ma età. A questo proposito appare interessante la corri-spondenza intercorsa, alla fine del 1932, fra il podestà di Busto e il Ministero delle Corporazioni44. La prima

lettera risale all’inizio di ottobre: in essa la massima au-torità comunale segnala come ormai con troppa fre-quenza venga concesso il libretto di lavoro a «fanciulli dodicenni sulla sola base del fatto che hanno superato il primo corso dell’Avviamento, e ciò in palese violazione dell’obbligo di istruzione fino ai quattordici anni». Quest’abitudine, secondo il podestà, è assai negativa in quanto «…date le attuali condizioni dell’industria coto-niera e meccanica locale, si delinea la possibilità che la precoce ammissione dei fanciulli al lavoro porti come conseguenza l’acuirsi della disoccupazione fra i padri di famiglia e fra gli adulti45».

Puntuale arriva la risposta del Ministero: l’interpre-tazione allargata della legge è consentita dalle norme vi-genti; quanto all’influenza del lavoro minorile sulla di-soccupazione, il problema non sussiste, essendo po-chissimi i dodicenni che hanno superato il primo anno della scuola di Avviamento46.

Il podestà però non demorde: in una lettera succes-siva conferma che «non si tratta di presunzione, ma del fatto verificatosi qui che alcune ditte licenziarono padri

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di famiglia per assumere dei fanciulli, naturalmente con salari molto minori». Il fenomeno non è di scarsa im-portanza perché, contrariamente a quanto afferma il Ministero, il numero di bambini di dodici anni pro-mossi dalla prima alla seconda Avviamento è decisa-mente notevole. Alla luce di questo il podestà torna a chiedere un’interpretazione più restrittiva della legge, anche perché la pratica in uso ha spesso l’effetto di «…mandare al lavoro fanciulli che, anche se non pre-sentano imperfezioni o malattie, non hanno certo, per l’età, la robustezza fisica atta a sopportare il logorante lavoro della fabbrica…47».

Di fronte all’ostinatezza dell’autorità comunale, a questo punto il Ministero decide di parlar chiaro:

Le disposizioni sull’istruzione elementare e quelle sul la-voro delle donne e dei fanciulli hanno finalità diverse ed agiscono sopra distinti campi di applicazione, di guisa che non è possibile, allo stato dell’attuale legislazione, vie-tare l’occupazione dei fanciulli fino ai quattordici anni, in analogia alla legge sull’istruzione obbligatoria48.

Insomma: il contrasto fra le due normative esiste, ma è giustificato dalla loro diversa finalità… Ad ogni modo, assicura il Ministero, il podestà non deve preoccuparsi: in base ad una vecchia disposizione del 1916

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47Lettera del 3 dicembre 1932, in ACBA, ibid. Si ricordi che la stessa osservazione verrà fatta, l’anno successivo, dall’Ufficiale sani-tario del Comune di Legnano (v. ante, p. 18).

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mento n. 1136, art. 6) «…i sanitari comunali possono li-mitare il diritto di ammissione al lavoro derivante dal possesso del libretto a determinate occupazioni confa-centi alla costituzione fisica del fanciullo…49».

Le preoccupazioni del pubblico funzionario bustese non dovevano essere comunque del tutto infondate, se è vero che il 25 aprile del 1934 viene emanata una leg-ge, la n. 653, che, sia pure con alcune difficoltà nella sua effettiva entrata in vigore50, sancisce definitivamente

l’obbligo dei quattordici anni per l’ammissione al lavo-ro e stabilisce che i minori di tale età devono essere pri-vati del libretto. Questa volta la norma sembra essere applicata con maggiore severità: a riprova c’è la netta diminuzione delle assunte bambine in entrambe le aziende da noi esaminate (e la loro quasi completa scomparsa nel giro di due o tre anni51), ma anche l’au-mento consistente di iscrizioni ai corsi di Avvial’au-mento. Nella Relazione riferita all’anno 1935-1936, il direttore

49Lettera del 22 gennaio 1933, ibid. Quanto questa vecchia leg-ge venisse rispettata lo si desume dalle già ricordate parole dell’Uf-ficiale sanitario di Legnano.

50Ancora nel novembre dello stesso anno il podestà di Busto la-menta col Prefetto come la mancata entrata in vigore di tale legge faccia sì che le aziende continuino a licenziare manodopera adulta per assumere bambini (Lettera del 24 novembre 1934, in ACBA, 128, 14,2,4).

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della scuola Bernocchi di Legnano segnala che nelle classi prime si è passati in soli dodici mesi da 208 iscrit-ti a 345 e riconosce al fenomeno un’unica causa: la sop-pressione del libretto di lavoro ai non aventi quattordi-ci anni compiuti ha fatto sì che «molti che già lavorava-no dovettero tornare a scuola e molti che intendevalavorava-no occuparsi dovettero iscriversi52».

Il flusso dei bambini e delle bambine verso le fab-briche dell’Alto Milanese va quindi via via esaurendosi e non riprenderà neppure negli anni drammatici del se-condo conflitto mondiale.

Prima di passare ad analizzare nei suoi vari aspetti la vita di fabbrica delle piccole lavoratrici, resta da chiedersi quali fossero le ragioni che, in una zona non economicamente depressa (per lo meno se raffrontata ad altre realtà, anche della stessa Lombardia) come quella in esame, portavano le aziende ad assumere una tale massa di bambini. Una prima spiegazione l’abbia-mo individuata fra le righe della corrispondenza inter-corsa nel 1932 fra il podestà di Busto e il Ministero del-le Corporazioni: i lavoratori più piccoli costavano me-no. Il risparmio derivante dall’assumere una dodicen-ne rispetto a ragazze più grandi è in effetti rilevabile analizzando i salari indicati dai libri matricola della Manifattura di Legnano53: alcuni esempi

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52Relazione del 21 dicembre 1936, in ACL, 513, 9,4,1.

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no di avere un’idea della situazione. Nel 1924 un’ope-raia addetta ai rings54di dodici anni riceve nell’azienda

legnanese una paga minima giornaliera di Lire 5,40; una di quattordici con le stesse funzioni percepisce Li-re 5,60 (con una maggiorazione quindi pari al 4%), mentre se si passa a una ragazza di diciassette – diciot-to anni il salario passa a Lire 6 (+10%). Nel 1925 il mi-nimo giornaliero per una dodicenne è di Lire 6, per una quattordicenne di Lire 6,20 (+ 4%) e per una di-ciottenne di Lire 7 (+ 15%). Nel 1926 si passa da una paga di Lire 7 a una bambina di dodici anni a Lire 7,40 (+ 6%) per una di quattordici e a Lire 8,50 per una ra-gazza di diciotto (+ 21%). Nel 1927 partiamo da Lire 6 per arrivare a Lire 6,35 (+ 5,6%) e a Lire 8,50 (+ 40%). Dal 1928 il peggiorare della congiuntura economica, oltre a una generale diminuzione dei salari, porta in Manifattura al quasi annullamento delle differenziazio-ni basate sull’età55, eppure l’azienda continua per

qualche anno la propria politica di assunzione di dodi-ci – tredicenni: evidentemente, alla motivazione eco-nomica se ne aggiungevano altre, e non ci sembra az-zardato supporre che nel caso della filatura legnanese esse si legassero all’utilizzo del convitto, che, come ab-biamo già accennato, sorgeva a fianco dello

stabilimen-54I rings sono i filatoi con i quali il semilavorato (stoppino) vie-ne trasformato in filato.

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to e svolgeva la funzione di ospitare le operaie prove-nienti da lontano. Come ampiamente vedremo nell’ul-tima parte della ricerca, infatti, la vita all’interno di questa istituzione era improntata alla massima severità: le rigide regole imposte dalle suore che lo gestivano, se ancora apparivano accettabili a bambine molto picco-le, diventavano assai meno tollerabili col sopraggiun-gere dell’adolescenza: questo probabilmente orientava l’azienda all’assunzione di operaie il più giovani possi-bili, che davano meno problemi di disciplina e faceva-no sperare in periodi più lunghi di attività (gran parte delle ragazze abbandonava il convitto e il lavoro a Le-gnano una volta raggiunti i diciannove – venti anni). Un discorso di questo tipo, almeno per quanto riguar-da le industrie tessili, crediamo possa essere fatto an-che a livello più generale: le bambine più piccole lavo-ravano come le colleghe maggiori di età (anzi, per cer-ti cer-tipi di atcer-tività mani più piccole e più agili rappresen-tavano un vantaggio) e in compenso apparivano meno esposte al contagio di idee pericolose e quindi più dif-ficilmente coinvolgibili in atti di insubordinazione o anche di semplice disobbedienza56. Insomma, piccole

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lavoratrici abili, capaci, ma soprattutto assolutamente fedeli e devote.

Vita di fabbrica

Per tracciare un quadro efficace delle condizioni di vita e di lavoro delle bambine operaie abbiamo scelto di uti-lizzare come fonti principali, oltre alle interviste che si sono potute effettuare a molte di esse (in totale le testi-monianze, raccolte fra il novembre 2003 e il gennaio 2005, hanno riguardato trentacinque donne del Crema-sco e dell’Alto Milanese che hanno prestato la loro ope-ra per lo più nelle aziende tessili del territorio), le Cro-nache redatte dalle suore che gestivano i convitti della Manifattura di Legnano e del Cotonificio Cantoni di Castellanza57: si tratta dei diari, pressoché giornalieri,

che le religiose tenevano su quanto accadeva all’interno di queste strutture e anche, di riflesso, sulla vita di fab-brica.

La vita lavorativa delle bambine, come già accenna-to, cominciava spesso ben prima del loro ingresso in fabbrica. Nell’Alto Milanese, alla realtà delle piccole, medie e grandi aziende se ne affiancava un’altra, costi-tuita da una miriade di laboratori, piccole imprese fa-migliari, attività più o meno ufficiali. Questo panorama viene colto in modo efficace dalle parole di una delle

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nostre intervistate: arrivata a Legnano dalla Toscana al-la vigilia delal-la guerra, Ines Rasini è assai colpita dal nuovo quadro sociale che si para davanti ai suoi occhi:

In Toscana non c’era niente; invece qui la gente faceva un sacco di lavori: bastava che avevano un portico e mette-vano su due o tre telai, o una piccola officina. Per me era una sorpresa, non ero abituata.

In questo ambiente tanto ricco di possibilità e così affa-mato di manodopera diventa molto facile per le bambi-ne trovare un’occupaziobambi-ne, quasi sempre poco o niente retribuita:

Ho cominciato a lavorare in Confetteria a nove anni, sen-za libri e sensen-za contributi. Facevo gli stessi orari di lavoro delle donne adulte, mi hanno mandata a Varese a impara-re il mestieimpara-re. (Renata Parmigiani)

Ho cominciato a lavorare a nove anni, quasi non sapevo camminare… C’era una conoscente che aveva una fabbri-ca di sfabbri-catole e fino alla quinta sono andata lì: non mi da-va la paga, solo una mancia. (Angelica Pagani)

A undici anni sono andata a imparare sui telai, era un po-sto piccolo. Niente paga, solo una volta a Natale la man-cia. (Agnese Rossetti)

A undici anni sono andata a fare la bambinaia a Milano: c’era una famiglia che aveva una panetteria, io curavo il fi-glio e andavo fuori a consegnare il pane. (Carmela Giani)

Ancora peggiore è la situazione nelle campagne. Per le bambine dei paesi intorno a Crema, che a partire dagli anni Venti cominciano ad arrivare a Legnano come

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ospiti del convitto della Manifattura, la vita lavorativa inizia praticamente insieme alla scuola:

Io ho fatto la quinta elementare […], ma quando andavo ancora a scuola già andavo nei campi. Mi ricordo che par-tivamo io, la mamma e i due fratelli più grandi con il car-retto tirato dal somaro e andavamo a giornata. Coltivava-mo di tutto, ma il più pesante era il granoturco: io ero pic-colina e sollevare quei cesti di pannocchie per metterli sul carro era così faticoso… (Velia Malosio)

In casa eravamo otto fratelli […]. A otto anni ho comin-ciato ad andare in campagna. (Maria Guerrini Rocco) La maggior parte dei bambini della mia classe [1913] non arrivava nemmeno alla quinta. La maestra diceva che per la legge bisognava fare la quinta, ma tutti i bambini, ma-schi e femmine, andavano a imparare un mestiere o anda-vano in campagna. (Rosa (Angela) Colombetti)

Dalle interviste di Crema emergono alcuni punti in co-mune. Innanzitutto l’inizio precoce del lavoro in cam-pagna non ha una connotazione di sesso: bambini e bambine interrompono nella stessa misura gli studi, co-stretti a questo dall’estrema miseria delle famiglie e dal-la presenza di un gran numero di fratelli. L’unico ele-mento discriminante è quindi la condizione economica:

…ad andare avanti a studiare erano solo i figli dei signo-ri: allora c’era proprio la distanza fra il signore e il pove-ro, una distanza enorme. (Ferdinanda Nichetti)

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I genitori aspettavano che i figli diventavano un po’ gran-di per poter aiutare la famiglia: volevano che portassero a casa i soldi, lo studio lo consideravano poco. (Rosa) Mia mamma e mia sorella volevano che continuassi a stu-diare, ma mio papà non ha voluto: diceva che lui era arri-vato alla sua posizione senza bisogno della scuola. (Ange-lina Croci)

Sia nel Cremasco che nell’Alto Milanese il lavoro delle bambine non si esaurisce con le precarie occupazioni esterne o con la campagna: una volta rientrate a casa devono impegnarsi nella cura dei fratelli o nelle faccen-de domestiche, a ciò prefaccen-destinate dalla loro ifaccen-dentità sessuale (che in questo caso diventa assolutamente rile-vante):

Ero la più vecchia di undici fratelli: ero la prima, e perciò mi toccava curare gli altri. Siccome però ogni anno ne ar-rivava uno nuovo, a un certo punto ho detto ai miei… di piantarla perché non ce la facevo più. (Lina Masara) A casa dovevo curare la sorella più piccola, che è nata quando avevo sei anni: bisognava fare presto a fare i com-piti perché c’era da aiutare i genitori. I maschi erano un po’ più fortunati perché finito il lavoro avevano qualche momento libero; le femmine invece dovevano curare i fratelli, lavare i piatti, aiutare in casa. (Velia)

Dopo i primi anni di lavoro irregolare, al compimento dei dodici anni c’è l’ingresso in fabbrica: a questo pro-posito, tutte le intervistate dichiarano di essere state as-sunte con regolare libretto di lavoro. Quasi sempre si arriva all’assunzione attraverso il passaparola;

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mente le aziende riconoscono un diritto di precedenza a favore di chi ha già occupata la mamma, o qualche so-rella più grande:

…avrei dovuto andare a imparare a fare la sarta, ma poi le mie amiche che lavoravano in fabbrica hanno cominciato a dire vieni anche tu… L’idea di portare a casa la paga e aiutare la famiglia mi spingeva, così alla fine ho deciso di andare. (Carolina Valli)

Quando cominciava a lavorarci [in fabbrica] uno della fa-miglia era più facile per gli altri trovare il posto. (Aurora Signorelli)

Il dato della frequente presenza in stabilimento di ope-raie legate da vincoli di parentela è confermato dai libri matricola della Manifattura, nei quali l’indicazione, ol-tre che della paternità, anche della maternità delle lavo-ratrici consente di individuare con buona sicurezza al-meno le sorelle: fra il 1923 e il 1945, delle 3084 donne alla prima assunzione58, 885 (il 28,7%) risultano essere

sorelle fra loro o di altre operaie entrate negli anni

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cedenti. In due casi si registrano addirittura cinque so-relle che, in tempi differenti e con diversa durata del rapporto, si ritrovano a passare per la Manifattura59.

L’entrata in fabbrica, a detta delle intervistate, non è particolarmente traumatica. Anzi: queste bambine adulte, già da anni avvezze a qualche tipo di lavoro, vi-vono quasi come un «avanzamento professionale» il poter disporre finalmente di una paga sicura e regolare. Per le piccole di Crema, poi, la fatica dei telai non è in alcun modo paragonabile a quella della campagna:

…strappare la gramigna era durissimo, faceva un male al-la schiena… Per fortuna a un certo punto è arrivato Le-gnano: per me è stato un sollievo. (Velia)

Per qualcuna delle bambine cremasche la prima imma-gine della fabbrica è addirittura legata a sensazioni di meraviglia e ammirazione:

La fabbrica era bellissima, con tutti i pavimenti in par-quet lucidissimi […]. C’erano delle macchine modernis-sime, molto lunghe, che portavano delle spole che veniva-no dall’Inghilterra… (Elena Biondini)

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ancora a far parte dello stabilimento per concludere la sua attività lavorativa nel 1956.

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Al loro primo giorno di lavoro, le bambine vengono in-dirizzate alle varie mansioni. Circa i criteri seguiti nel-l’attribuzione di queste ultime, le intervistate esprimo-no pareri differenti:

Quelle che stavano sui rings, le macchine nuove dove la-voravano il filo, stavano bene, c’erano sale grandi e belle, era un lavoro pulito. Però bisognava essere svelte ad at-taccare i fili che si staccavano: lì perciò mandavano quel-le più brave e esperte. Capivano subito quelquel-le adatte a sta-re sulle macchine, avevano l’occhio. (Severina Garavaldi) …era un po’ questione di fortuna essere messe a fare un lavoro piuttosto che un altro; poi c’erano quelle più forti che sopportavano meglio e quelle più deboli che faceva-no più fatica. (Venia Taverna)

Fosse questione di fortuna, di costituzione fisica…o di occhio, di fatto risulta che nelle filature le operaie più giovani all’inizio venissero per la maggior parte addette alla «levata» (quando tutte le rocche erano piene il fila-toio (ring) si fermava da solo e bisognava provvedere al-la sostituzione), occupate come portaspole60, o adibite all’aspatura61, magari dopo un periodo trascorso a spazzare i reparti o come incaricate dell’ingrasso delle macchine. Successivamente, acquisita un po’ di espe-rienza, iniziava il lavoro come filatrici sui ring. Qualche

60La portaspole era colei che era addetta al trasporto delle spo-le finite ai reparti dove avvenivano spo-le altre fasi della lavorazione (ad esempio, nelle filature, alla ritorcitura).

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bambina restava addetta ad altre mansioni, ma questo non sempre veniva visto come uno svantaggio:

Facevo l’oliatrice, giravo tutte le macchine per dare l’olio. Ora che avevo finito dovevo ricominciare dalla prima: bi-sognava mettere l’olio nei buchi dove si fermavano i pe-lucchi di cotone, se non si faceva la macchina fischiava. Volevo fare sempre io questo lavoro: lo preferivo, piutto-sto che stare sulle macchine… Così mi muovevo, e riusci-vo anche a scambiare qualche parola… (Orsolina Erata)

Nelle tessiture e negli stabilimenti di confezioni era pra-tica comune affidare la bambina alle cure e alla sorve-glianza di una lavoratrice più esperta, perché imparasse il mestiere. Ersilia Colombo, che ha lavorato sulle mac-chine da cucire in un maglificio di Gallarate, nel ricor-dare il suo periodo di «apprendistato» non può dimen-ticare la pazienza e le attenzioni nei suoi confronti da parte delle colleghe anziane:

Siccome non c’era il riscaldamento e io ero piena di gelo-ni, una volta una mia compagna si è fatta dare dei ritagli di stoffa di scarto, li ha messi insieme e mi ha fatto delle calze. È stata una cosa commovente.

In filatura e in tessitura, finita la fase di apprendimento, si passa a curare un numero via via crescente di mac-chine. Venia descrive così il suo lavoro alla Manifattura:

Quando sono arrivata mi hanno messa su delle macchine [ring] dove c’era il filo che veniva giù dall’alto e in basso c’era una specie di verga di ferro con tutti i buchi: tu

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tevi la spola lì dentro, attaccavi il filo e la macchina parti-va. Se il filo si rompeva dovevi fermarlo col dito e riattac-carlo: ognuna di noi aveva quattro macchine, era tutta una corsa per controllarle.

Il lavoro sui rings, come si desume anche dalle parole di Severina, è considerato dalle lavoratrici quasi un privi-legio, rispetto ad altre mansioni della filatura: è ben re-tribuito, relativamente poco pericoloso e avviene in un ambiente pulito. Questo però non toglie che anch’esso presenti aspetti assai poco gradevoli, come molte delle intervistate non mancano di sottolineare:

Il fatto è che con il filato buono andava tutto bene, e si potevano controllare anche tre o quattro macchine, ma se il filato era scadente continuava a spaccarsi, le macchine s’imbrogliavano e non si stava a tempo ad attaccare il filo […] così si veniva a casa con il mal di schiena. (Rosa) Quando il filo si rompeva non si poteva fermare la mac-china, bisognava con due dita fermare solo la spolettina. Così le dita bruciavano, la pelle quasi si cuoceva. (Elena)

Un altro elemento di grave disturbo, sia per le addette ai rings che per le operaie dei telai, è il rumore:

Quelle macchine spaccavano i timpani! Dovevamo parla-re con i gesti, perché non si sentiva niente62(Renata)

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Se quella del lavoro ai rings era considerata una delle migliori destinazioni possibili, c’erano alcuni reparti della filatura che all’opposto venivano ritenuti il peggio che potesse capitare: in particolare, godevano di questa fama sinistra il settore cosiddetto «dell’ingrosso» e quello della gasatura. Il primo era quello dove arrivava-no le balle di cotone, che prima di passare in lavorazio-ne dovevano essere sottoposte a una sommaria pulizia: qui l’ambiente di lavoro era saturo di polvere, che spes-so finiva per intaccare le vie respiratorie63.

Il reparto gasatura era invece quello dove il filato ve-niva passato a bruciapelo per eliminare la peluria su-perficiale. Ecco come lo descrive Carolina:

In quel reparto ce n’erano tante che si ammalavano: non era un ambiente sano, c’erano tante fiammelle dove si bruciava il pelo del filato e tutta quella roba bruciata an-dava nei polmoni64.

Anche nelle tessiture le condizioni di lavoro non erano certo facili. Maria Restelli, che è stata operaia sui telai del Cotonificio Cantoni di Canegrate e della tessitura Fratelli Visconti di San Vittore Olona, racconta come alla fine del turno si uscisse dalla fabbrica «tutte

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e Associati

63Secondo una delle intervistate, Carolina, proprio le condizio-ni di lavoro particolarmente difficili di questo reparto facevano sì che la Direzione preferisse destinarvi gli uomini.

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che» per la polvere e come l’ambiente fosse del tutto in-sopportabile d’estate, per il calore provocato dalle mac-chine e per l’altissima umidità (per mantenere il livello di quest’ultima il più alto possibile e facilitare così la la-vorazione dei filati, non era consentito alcun ricambio d’aria). Tutto ciò rendeva ovviamente inevitabile il veri-ficarsi di frequenti disturbi alla gola e ai polmoni, non-ché l’insorgere di dolori di tipo reumatico.

Le parole di Carolina e di Maria ci danno l’occasio-ne di aprire una parentesi sulle condizioni di salute del-le lavoratrici. Il riferimento a malattie deldel-le vie respira-torie (tubercolosi, pleurite, bronchite cronica) è costan-temente presente nelle parole delle intervistate: molte di loro ricordano casi di operaie morte o costrette ad abbandonare il lavoro per motivi di salute.

Abbiamo ritenuto opportuno verificare questo dato con quanto risulta dai libri matricola da noi esaminati e con le informazioni fornite dalle Cronache redatte dal-le suore dei convitti. Per ciò che concerne i primi, si può innanzitutto prendere in considerazione i due vo-lumi riferiti al reparto tessitura del Cotonificio Venza-ghi65. In essi 211 operaie risultano licenziate perché

as-sentatesi a partire da una certa data66 e in alcuni casi

viene specificato il motivo dell’assenza: in 19 circostan-ze esso è riferito a «invalidità» e in altre 23 a «malattia»: di queste ultime lavoratrici, dodici hanno meno di tren-tacinque anni.

65I due volumi della filatura risultano assai meno accurati nel-l’indicazione delle cause di cessazione del rapporto di lavoro.

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Sui libri matricola della Manifattura è possibile fare un altro tipo di verifica, quello relativo alle operaie morte: in totale dal 1923 al 1945 esse risultano in nu-mero di 25, cinque sole delle quali hanno più di trent’anni, mentre tredici ne hanno meno di venti. Tale cifra però sicuramente non esaurisce la totalità delle la-voratrici decedute, soprattutto per ciò che concerne quelle ospiti del Convitto: le intervistate ci hanno infat-ti raccontato come le ragazze con seri problemi di salu-te venissero rimandasalu-te al paese d’origine, dove non di rado morivano qualche tempo dopo. È quanto accadu-to, ad esempio, alla sorella diciottenne di Venia:

…mia sorella era già a casa da qualche mese perché stava male (aveva una malattia ai polmoni) e mia mamma, quando ha capito che era alla fine, mi ha fatta tornare a casa.

Anche la lettura dei diari dei convitti permette di trova-re alcuni riscontri in merito alle malattie e ai decessi: nelle Cronache delle suore di Legnano vengono segna-lati, per gli anni che ci interessano, quattro casi di mor-te fra le convittrici e quindici ricoveri in ospedale; in quelle di Castellanza si registrano due decessi e cinque ricoveri. La natura delle patologie (peraltro non sempre indicata) è piuttosto varia: meningite, tifo, malattie pol-monari, appendicite.

Nei diari del Cotonificio Cantoni vengono segnalati anche molti casi di infortuni avvenuti all’interno della fabbrica e questo ci consente di trovare conferma ad un altro elemento comune a molte interviste. Le lavoratrici

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da noi ascoltate in effetti non mancano di ricordare quelli che erano gli incidenti più frequenti provocati dai macchinari:

Sui telai ogni tanto partiva qualche navetta e se si prende-va in faccia ci si poteprende-va rimettere un occhio, a qualcuna è successo. (Renata)

Avevamo il fazzoletto legato in testa perché portavamo le trecce e sulle macchine era pericoloso, potevano impi-gliarsi. Mi ricordo che una ragazza è andata troppo vicino con uno straccio e ci ha rimesso una mano. (Rosa)67

Anche per questi casi è possibile tentare qualche verifi-ca attraverso la lettura dei libri matricola. Nei registri della tessitura del Cotonificio Venzaghi, fra gli altri da-ti indicada-ti, vengono segnalate le infermità presentate dalle operaie (non è possibile accertare se si tratti di pa-tologie già presenti al momento dell’assunzione o so-pravvenute successivamente): dall’analisi di esse risulta come particolarmente numerosi fossero i difetti oculari e le menomazioni alle mani, con mancanza di intere di-ta o falangi, e quesdi-ta informazione sembra potersi col-legare a quanto affermato dalle nostre intervistate, che indicano proprio in tali parti del corpo le più colpite da infortunio68.

67Riferite proprio ad incidenti agli arti superiori sono le segna-lazioni di Castellanza: ad esempio, il 2 novembre 1922 una convit-trice schiaccia una mano sotto una ruota «che le maciulla l’arto»; il 26 settembre 1940 un’altra ragazza ha una mano amputata.

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In questo ambiente di lavoro non certo esente da ri-schi di malattia e di infortunio, le bambine operaie de-gli stabilimenti tessili sono di solito distribuite su due turni di lavoro, che ruotano ogni quindici giorni: il pri-mo è dalle 6 alle 14, il secondo dalle 14 alle 22. Più rari sono i casi in cui viene loro affidata la giornata: nelle fi-lature accade ad esempio alle addette alla doppiatura69

o all’aspatura. Le lavoratrici di Crema segnalano un da-to piutda-tosda-to interessante: alla Manifattura viene fatta una sorta di «ripartizione regionale» fra le operaie. Ac-cade così che le bambine provenienti dallo stesso paese o da paesi vicini si trovano quasi sempre a lavorare fian-co a fianfian-co. Nel reparto dei rings questo criterio è fian-così rigidamente seguito che il contatto fra le ospiti del con-vitto e le «esterne» è praticamente nullo. Venia spiega una simile scelta col fatto che in tal modo, fra bambine che già si conoscevano o addirittura erano amiche, si creava un maggior rapporto di solidarietà e «se c’era bi-sogno ci si aiutava»; noi pensiamo che a questo criterio potesse non essere estranea la volontà di «isolare» le bambine del convitto da quelle magari più smaliziate

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e Associati Consiglio Provinciale dell’Economia Corporativa di Milano nella

sua Relazione del 1929: nell’industria del cotone, lino e canapa del-la Provincia nel 1928 vengono riconosciuti 1681 infortuni (51,66 per mille iscritti alla Cassa Infortuni); l’anno successivo il numero è salito a 3152 (103,21 per mille). («Relazione sull’andamento econo-mico della Provincia di Milano» p. 88, in ACCMI, cartella 2026, fasc. 1/c).

Referensi

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