MINISTERO PER I BENI E LE
ATTIVITÀ CULTURALI
BOLLETTINO
D’ARTE
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MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI ©
BOLLET TINO D’ARTE
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recensione a
Camarina
.
Le terrecotte figurate e la ceramica da una fornace
di V e IV secolo a.C.,
di Marcella Pisani
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ICCARDO
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ALDI
recensione a
Paolo Giovio. Uno storico lombardo nella cultura artistica del Cinquecento
,
di Barbara Agosti
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EDERICO
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RASTULLI
recensione a
Architetti e ingegneri a confronto, III. L’immagine di Roma
fra Clemente XIII e Pio VII,
a cura di Elisa Debenedetti
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150 tanti interventi legati alle atti- vità di tutela
Il merito principale del lavoro consiste nel capitoli che riportano i dati di scavo ed accesso, arricchendo la lista di fornaci con circolare di Messina5)
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D), stante con un cerbiatto in mano, appoggiata a roc-cia, con attributi di cacciatrice o infine a cavallo di una cerva, e l’elevato numero di repliche rinforzano l’ipo-tesi dell’esistenza a Camarina di un luogo di culto della dea, sebbene non ancora identificato. Ad essa possono riferirsi giustamente alcuni tipici animali (I K): cani, cerbiatti, una pantera, ed una matrice ripro-ducente un’auleta (II C).
Le terrecotte architettoniche, risalenti alle ultime fasi di utilizzo della fornace, fanno capo ad un’antefissa con palmetta e a una matrice a testa di sileno (III A, III B). Cronologicamente la coroplastica si attesta tra la seconda metà del V secolo a.C. e la fine del successivo, senza che gli eventi culminanti nel 405 a.C. con l’eso- do forzato dei Camarinesi, segnino una profonda cesura nella produzione. La vivacità iniziale è favorita dagli stretti rapporti politici ed economici con Gela e Agrigento. Attivo, anche se non esclusivo, appare il ruolo di Siracusa, nell’ambito della vasta koinè artistica che interessa e rende omogenea la produzione sicelio- ta tra la fine del V secolo a.C. e la prima metà del suc- cessivo espandendosi fino alla Campania. Ben si deli- neano, come d’altra parte accade anche per la ceramica a vernice nera, i rapporti con l’Attica, di cui si ha concreta testimonianza nel terzo quarto del V secolo grazie all’aumento di importazioni ceramiche ed alla penetrazione di modelli fidiaci e postfidiaci, che caratterizzano la piccola plastica sia di Camarina che dei centri di sua influenza e che presuppongono, più che un diretto intervento di artigiani stranieri, l’importazione di modelli poi rielaborati localmente. Ne è testimonianza il tipo dell’Athena Ergane che –pur nella modestia della fattura– rimanda ad un maestoso esemplare da Scornavacche e all’influenza attica sui centri sicelioti. Nella prima metà del IV a.C. si assiste ad una contrazione del mercato locale e dei centri gra-vitanti su di esso, che porta alla fine del secolo all’af-fievolirsi della creatività nella coroplastica di piccolo modulo, mentre lo spazio viene preso dalla produzio-ne architettonica, dalla suppellettile fittile e soprattut-to dalla ceramica.
Di quest’ultima l’Autrice esamina un campione, esemplare di un ben più ingente quantitativo raccolto nel corso degli scavi del pozzo, ad illustrazione del carattere peculiare della produzione che viene
suddivi-sa in tre principali gruppi. Il primo di essi, relativa-mente esiguo, comprende la ceramica a vernice nera, con forme prevalentemente aperte, destinate al bere. Unico esemplare figurato è un’oinochoe a figure rosse, la cui attribuzione resta ancora in discussione. Il secon-do gruppo comprende ceramiche destinate per lo più ad uso domestico. Si tratta di forme sia aperte che chiuse, da mensa, di lunga tradizione, di impasto ben depurato, decorate a bande su uno strato di ingobbio. Nel terzo gruppo si annovera la ceramica acroma, caratterizzata dall’uso di argilla non ben depurata, raramente ingobbiata, per lo più lisciata all’interno, presente in svariate forme di uso quotidiano tra cui prevalgono ancora quelle di ambito domestico: vasella-me da vasella-mescita, da vasella-mensa, da fuoco, vasi miniaturistici.
Nell’insieme l’analisi del materiale ceramico, oltre a confermare l’influenza attica sulla ceramica a vernice nera, evidenzia i legami delle tipologie comuni con l’immediato retroterra e con i centri posti lungo gli assi viari diretti verso Siracusa, Gela, Agrigento. Dal punto di vista cronologico la produzione si articola fra il terzo quarto del V secolo a.C. e il terzo quarto del successivo. Nell’arco di questo periodo la ceramica a vernice nera va rarefacendosi entro la prima metà del IV secolo, quella acroma di uso quotidiano copre, invece, con quantitativi ben più rilevanti, tutto l’arco di attività della fornace.
Una serie di altri fittili con i quali si conclude il cata-logo, dalle lucerne ai lasána, ai distanziatori per forna-ce, permette di estrapolare, grazie al variegato materia-le che vi si raccoglie e ad un dovizioso insieme di che costituiscono la base per eventuali, ulteriori approfondimenti, ed è sorretto da una bibliografia non generica nè fuorviante, ben mirata al tema ed alla lettura dei materiali. Pur complesso per la varietà e specificità del contesto trattato, risulta ben costruito e rigoroso nella rilettura dei dati di scavo e nell’ ana-lisi dei manufatti, costituendo il degno approfondi-mento delle ricerche dall’Autrice stessa anticipate nella monografia su Camarina edita a 2600 anni dalla sua fondazione.6) Sul piano della catalogazione, le
schede risultano appesantite da una serie di dettagli, che vengono poi ripetuti nelle due tabelle tematiche alla fine del volume, mentre il catalogo dei fittili votivi risente della mancanza di una numerazione interna propria e progressiva per ciascuna tipologia, che avrebbe consentito un più immediato apprezza-mento dell’incidenza dell’una rispetto all’altra, tanto più che la frammentarietà del materiale non permet-te di spingersi oltre la distinzione del “tipo” e di adottare quel sistema, utilizzato ormai anche nei casi più complessi,7) che, imbrigliando in sigle i dati di
presenza di repliche e varianti, rende più agile la let-tura dell’intera filiera, dalla meccanica della lavora-zione alla diffusione e di conseguenza fortuna di determinate iconografie.
Per quanto riguarda la ricostruzione dell’attività artigianale risulta di grande interesse la presentazione del complesso e delle funzioni nelle quali sembra arti-colarsi, che consentono di ipotizzare al suo interno una suddivisione di compiti altrove realizzata con for-mule e strategie variabili nel dettaglio, ma sostanzial-mente affidate a più lavoratori sotto il controllo delle maestranze più esperte.
In Grecia8) le evidenze archeologiche e le fonti, sia
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In Magna Grecia, piccole unità produttive, a volte riunite in quartieri staccati dall’abitato, sembrano sfo-ciare nella vendita diretta dei manufatti, prodotti sotto la guida di un maestro di bottega. I dati di scavo e soprattutto i caratteri stilistici di alcuni esemplari hanno rivelato la partecipazione dell’elemento indige-no al processo produttivo in ateliers, che in Magna Grecia sembrano configurarsi come strutture indipen-denti dalla fabbrica dei templi, contrariamente a quanto attestato, con più frequenza, in Italia centrale. Queste caratteristiche, desunte dai ritrovamenti effettuati a Locri, Eraclea, Metaponto,9) potrebbero
essere messe a confronto con la situazione di Camari-na, ove sono attestati altri complessi riferibili a attività connesse alla lavorazione e cottura di materiale cera-mico, non riuniti nell’ambito di un quartiere o ubicati nei pressi dei santuari, ma posti fuori del perimetro urbano, in posizione periferica per motivi pratici lega-ti presumibilmente alla sicurezza e alla prossimità della materia prima. In particolare la fornace Provide, attiva nell’arco di poco meno di un secolo, si configu-ra come una realtà stanziale, configu-radicata nel territorio, il cui tipo di produzione indica la compresenza di sem-plice manovalanza e mano d’opera specializzata.10) La
serialità e modestia della coroplastica, infatti, era tale da necessitare di personale meno qualificato rispetto a quello impiegato per la tornitura dei vasi,11) attività
che avrà poi uno sviluppo cronologicamente più ampio. Sul piano numerico, la molteplicità delle ope-razioni che dovevano essere connesse all’attività della fornace: il reperimento e depurazione dell’argilla, le incombenze relative alla produzione sia a stampo che al tornio, condotte forse nell’area di lavorazione indi-viduata a Nord della fornace, il controllo delle fasi di cottura, anche senza arrivare ad una ipotesi di vendita o distribuzione dei manufatti, conferma la presenza di più unità. Resta, infine, accertato che la fornace pote-va ospitare materiali diversi, purchè di dimensioni affini, come d’altra parte l’Autrice ipotizza giustifican-do, per la sua particolare esigenza di una cottura dif-quali sarà possibile ritornare anche con tagli e angola-ture diverse.
2) Si aggiunga poi la soppressione, spesso per motivi eco-nomici, di alcuni importanti incontri di studio destinati all’illustrazione delle attività annuali, che si svolgono nelle Soprintendenze. Viene da pensare ad esempio all’importan-te Istituto per gli Studi Etrusco–Italici che da più di dieci anni ha sospeso la sua insostituibile opera di informazione sulle scoperte relative all’archeologia laziale, che avveniva annualmente e che quasi in diretta veniva pubblicata. Non sempre il mezzo informatico cui spesso si demanda oggi l’informazione ha la stessa immediatezza e freschezza della notizia riferita e condivisa negli incontri scientifici!
3) Spunti di riflessione sul futuro dell’archeologia, il ruolo ormai insostituibile dei giovani in questo campo e sul nuovo modo, oggi, di intendere la comunicazione e sfruttarne i mezzi, si trovano, validi anche su un piano più generale, nel volume che ha accompagnato gli Atti del XLVI Convegno di Studi sulla Magna Grecia (Taranto 29 settembre – 1 ottobre 2006): Passato e futuro dei Convegni di Taranto, Taranto
2007, ed in particolare nel contributo di S. DE CARO, Brevi
riflessioni sulle prospettive della metodologia della ricerca
archeologica in Magna Grecia, ibidem, pp. 101–115. 4) Negli ultimi anni l’interesse per le fornaci quali prezio-si indicatori nella catena produttiva è andato aumentando, grazie all’incremento delle ricerche, spesso sostenute dalla stessa CUOMO DI CAPRIO, op. cit. studi sulla città e sul territorio, Atti del Convegno Interna-zionale: Ragusa, 7 dicembre 2002 / 7–9 aprile 2003 (a cura di P. PELAGATTI, G. DI STEFANO, L. DE LACHENAL), Ragusa
2006.
7) È il caso della sistemazione di materiale molto com-plesso come quello dell’imponente corpus di pinakes fittili locresi: AA.VV., I pinakes di Locri Epizefiri: Musei di
artigia- nale nelle immagini della ceramica greca tra VI e IV seco- lo a.C. (Saltuarie dal laboratorio del Piovego
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veda recentemente bibliogra- fia in CUOMO DI CAPRIO, op.
10) M. BONGHI JOVINO, Artigiani e botteghe
nell’Italia preromana. Appunti e riflessioni per un sistema di anali- si, in Artigiani e botteghe nell’Italia preromana di area etrusco–laziale–campana: studi sulla coroplastica (a cura di M. BONGHI JOVINO), Roma 1990, pp.
19–59; M. BEDELLO TATA, Botteghe artigiane a Capua,
ibidem, pp. 97–122.
11) A. MULLER, Les terres cuites votives du
Thesmopho- rion: de l’atelier au sanctuaire, Athènes 1996, da p. 509, in partic. pp. 511–512. Si veda anche D. GIORGETTI, Alcamo Project: le fasi di un laboratorio, in
Le fornaci romane di Alcamo: rassegna, ricerche e scavi 2003-2005 (a cura di D. GIORGETTI), Roma 2006, pp. 11–